Eleonora Di Marino: Bétile 2012


Eleonora Di Marino, Bétile, 2012

Con Bétile (2012) prosegue la ricerca di Eleonora Di Marino sulle bonifiche dei territori contaminati dai veleni prodotti dagli scarti della lavorazione mineraria, una ricerca che intreccia gesto performativo, simbolismo arcaico e riflessione politica sulla responsabilità collettiva. Dopo le azioni precedenti incentrate sulla bandiera come emblema mobile di un desiderio di riconversione, in questo lavoro l’artista sceglie di sottrarre l’immagine e di lasciare parlare il gesto e la materia.

I bastoni — privati della bandiera, “portata via dalla stupidità degli uomini” — vengono inizialmente conficcati nel terreno contaminato e lasciati lì per un certo periodo di tempo. Successivamente vengono raccolti e trasportati capovolti all’interno dello spazio espositivo, compiendo un passaggio che segna anche uno slittamento simbolico: da un’azione connotata come “maschile”, verticale, di affermazione nello spazio, a una dimensione più intima e generativa, evocata dall’artista attraverso la figura del Bétile.

Il bétile, nella tradizione mediterranea e mediorientale, è una pietra allungata infissa nel suolo, che rappresenta insieme il principio maschile nella parte emersa e quello della fertilità nella porzione interrata. Di Marino non utilizza però la pietra, ma un semplice bastone cilindrico di legno, materiale povero e naturale, che porta con sé l’idea di una natura ancora integra, di una materia che la tecnica può modellare senza alterarne l’essenza. Il bastone diventa così un oggetto volutamente elementare, quasi arcaico, un segno primario che mette in relazione corpo, suolo e spazio.

Il contatto con la terra contaminata ne altera però radicalmente la condizione: il legno assorbe e trattiene parte dei fanghi velenosi, rendendo visibile ciò che normalmente resta nascosto sotto la superficie. La porzione che era immersa nel suolo, una volta portata “verso il cielo”, mostra le tracce della contaminazione, come se il gesto stesso dell’estrazione fosse un atto di rivelazione. Non si tratta di un’illusione di purificazione, né di un rito salvifico: il movimento verticale non promette redenzione, ma espone la ferita, la rende leggibile nello spazio dell’arte.

In questo senso, Bétile lavora per traslazione e rovesciamento: ciò che era nascosto viene mostrato, ciò che era simbolo di fertilità diventa indice di avvelenamento, ciò che dovrebbe essere puro si rivela compromesso. L’opera non invoca una purificazione che venga “dall’alto”, né si affida a una dimensione trascendente. La responsabilità resta interamente umana e politica: la bonifica può arrivare solo da interventi concreti, progettati e realizzati, e non da gesti simbolici o da retoriche consolatorie.

Bétile mette in scena anche una critica radicale alle contraddizioni di un territorio che, da un lato, rivendica un riscatto ambientale e culturale e, dall’altro, continua ad affidarsi a un modello economico destinato a produrre nuovi veleni e nuove dismissioni. Un’economia che promette lavoro ma lo rende precario e delocalizzabile, spostando altrove — prima o poi — gli stessi meccanismi di sfruttamento, in luoghi del pianeta dove la sopravvivenza quotidiana non può nemmeno permettersi di confrontarsi con l’idea di uno sviluppo sostenibile e di un progetto di vita a lungo termine.

Bétile si configura così come un oggetto-soglia: tra gesto rituale e documento, tra arcaico e contemporaneo, tra natura e scarto industriale. Non offre soluzioni, ma costringe a guardare la materia del disastro, a riconoscere che la contaminazione non è un’astrazione, bensì qualcosa che aderisce ai corpi, agli oggetti, ai paesaggi. In continuità con Opera Io / Bonifiche, l’opera ribadisce che la vera posta in gioco non è la rappresentazione della crisi, ma la possibilità — ancora aperta e ancora negata — di assumersene collettivamente la responsabilità.