Eleonora Di Marino - Opera io a Milano, #Anonima Nuotatori #collettivo Giuseppefraugallery




































Il 16 luglio, a partire dalle ore 19.00, nell’ambito della mostra Proporzionarsi a Milano a cura di Anonima Nuotatori, l’intervento di Eleonora Di Marino trasforma temporaneamente lo spazio di via Binda 16 a/b in un dispositivo performativo e politico insieme. Protagonisti dell’azione sono alcuni lavoratori in cassa integrazione ex Rockwool, chiamati a farsi testimonial, nel cuore del sistema culturale milanese, della candidatura del Sulcis-Iglesiente e del Guspinese a Capitale Europea della Cultura 2019.

L’azione non si limita a una funzione informativa o promozionale, ma costruisce una vera e propria situazione di coinvolgimento diretto del pubblico. I lavoratori invitano ogni visitatore a diventare tramite e portavoce del desiderio di un intero territorio: indossando la maglietta OPERA IO e distribuendo il materiale informativo fornito durante la serata, ciascun partecipante viene chiamato a prendere parte a un processo collettivo che, pur muovendo dalla dimensione simbolica, rivendica una concreta possibilità di trasformazione. L’orizzonte che si delinea non è quello di un’utopia astratta, ma di ciò che potremmo definire un’“utopia possibile”: una proiezione politica e culturale capace di immaginare un futuro diverso per un’area segnata da una crisi strutturale.

A sventolare non è una bandiera ideologica nel senso tradizionale, ma l’immagine di un Sulcis-Iglesiente proiettato verso l’Europa, verso quelle “stelle” che diventano metafora di riconoscimento, visibilità e possibilità di riscrittura del proprio destino. In questo contesto, l’opera solleva una serie di interrogativi cruciali: quale peso ha la scelta individuale all’interno di un processo collettivo? Conta soltanto riottenere un posto di lavoro, o è necessario immaginare e costruire un’alternativa più ampia per il futuro di un intero territorio?

Gli ex lavoratori Rockwool sembrano rispondere a questa domanda assumendo una posizione che va oltre la semplice rivendicazione occupazionale. La loro lotta non nasce soltanto dalla disperazione prodotta dalla crisi economica, ma anche dalla consapevolezza di una più profonda difficoltà collettiva: l’incapacità di immaginare nuove prospettive economiche, sociali e culturali. La loro storia è quella di un territorio segnato dalla chiusura delle miniere e delle fabbriche, da una lunga stagione di dismissioni e di abbandoni, ma è anche la storia di un tentativo di riconversione che parte dall’individuo per abbracciare una dimensione più ampia, quasi cosmica: un “universo” ridotto alla fame, fame materiale ma anche fame di luce, di cambiamento, di trasformazione radicale.