Emanuela Murtas: Equilibrio precario a Milano
Emanuela Murtas – Equilibrio precario a Milano. “Attacchiamoci al tram”
Il progetto Equilibrio precario di Emanuela Murtas (collettivo Giuseppefraugallery) si inscrive nel solco delle pratiche artistiche che assumono il conflitto sociale non come semplice oggetto di rappresentazione, ma come campo di esperienza diretta e come spazio di relazione. Protagonisti dell’azione sono i lavoratori in cassa integrazione ex Rockwool di Iglesias, che per un’intera giornata salgono sui tram di Milano e, mantenendosi simbolicamente in equilibrio su un solo piede, raccontano ai passeggeri la propria storia. Il gesto, ripetuto nel tempo dilatato della giornata, trasforma il mezzo pubblico in uno spazio narrativo e performativo, in cui la quotidianità urbana viene attraversata da una presenza che introduce una frattura, una domanda, una sospensione.
L’azione si configura come un giorno di lotta e di incontro insieme: un giorno che è anche viaggio, pagina di diario, frammento di storia. In questa dimensione temporale concentrata e al tempo stesso estesa, l’esperienza dei lavoratori assume i tratti di un’Odissea contemporanea, con la speranza — evocata non senza ironia — che essa possa durare, come nel Ulysses di Joyce, lo spazio simbolico di un solo giorno, capace però di contenere in sé una molteplicità di vite, di memorie e di conflitti.
La vicenda dei lavoratori della ex Rockwool di Iglesias, nel Sud-Ovest della Sardegna, è una storia che parla di povertà ma anche di densità umana e politica: un’odissea dei singoli corpi e, insieme, l’ultimo capitolo del diario dell’“uomo-operaio” come figura storica e sociale. In Equilibrio precario questa condizione viene tradotta in immagine e in gesto: un Odisseo contemporaneo sospeso tra l’essere e il non essere, tra il lavoro e il non-lavoro, tra l’inclusione e l’esclusione. Non esiste una vera zona intermedia: nell’equilibrio precario non ci si può fermare, perché fermarsi significa cadere.
Questa condizione non è una scelta individuale, ma il risultato di decisioni sistemiche: la chiusura della fabbrica, la prevalenza degli interessi finanziari e della grande economia sul lavoro e sul destino umano che ad esso è legato. In questo senso, la performance mette in scena una forma di conflitto che può essere letta come una “guerra civile” silenziosa: una guerra senza sangue, in cui ciò che viene quotidianamente eroso è la dignità, e in cui l’unica possibilità di resistenza consiste nella conquista lenta e faticosa dei diritti, giorno dopo giorno.
Murtas propone così una trasformazione simbolica della lotta: da scontro a incontro, da odissea individuale a diario collettivo. I lavoratori diventano un Ulisse plurale che tenta di ritornare a Itaca — il lavoro — attraverso un viaggio che ha trasformato il sudore in simbolo e l’esperienza in racconto condiviso. Un viaggio che non cambia soltanto chi lo compie, ma che interroga il senso stesso del lavoro, della sua perdita e delle sue possibili riconfigurazioni.
Nel tessuto metaforico che attraversa il progetto, Penelope non tesse più una tela, ma una trama ambigua di attese, ricatti e dipendenze: una figura che non può fare a meno di amare e attendere Ulisse, così come il lavoro non può fare a meno dei lavoratori e i lavoratori del lavoro. Attorno a lei si muovono speculatori e pretendenti, pronti a sostituire la relazione con il calcolo, mentre Ulisse affronta sirene, maghe e divinità ormai in declino, segnando il passaggio da una storia degli dei a una storia degli uomini.
Il ritorno non è mai garantito: quando avviene, è segnato dalla violenza necessaria a scacciare gli sciacalli e dalla possibilità di essere riconosciuti solo da chi conserva, per istinto, la fedeltà prima ancora dell’interesse o dell’indifferenza. In questo senso, Equilibrio precario costruisce una potente allegoria contemporanea: se la guerra è l’Olocausto, la lotta è l’Odissea, e la storia — attraverso il gesto artistico e performativo — si fa diario, spazio di memoria e di presa di parola collettiva.




