Eleonora Di Marino - Collettivo Giuseppefraugallery - Operaio io / Work(ers) in-progress 1/ (2010)
Giuseppefraugallery c/o Lavoratori Rockwool
Nel quadro del progetto che mira a intervenire direttamente nelle vertenze che la politica tendeva a citare soltanto a livello programmatico, il collettivo diventa in breve tempo un punto di riferimento nel territorio per le lotte operaie, che in quel periodo raggiungono anche una certa visibilità a livello nazionale. Al di là dell’eco mediatica, tuttavia, queste vertenze restavano in larga misura isolate e faticavano a coinvolgere in modo esteso la partecipazione della popolazione locale, rimanendo confinate a presìdi spesso invisibili e a una dimensione di conflitto circoscritta.
In questo contesto si colloca in modo emblematico la vicenda degli operai della Rockwool, colpiti dalla chiusura dello stabilimento di produzione della lana di roccia. Dopo la perdita del posto di lavoro, i lavoratori avevano organizzato un presidio permanente nelle vicinanze di un ponte che conduceva alla sede dell’IGEA, l’ente regionale nel quale speravano di poter essere ricollocati. Quel ponte — luogo di passaggio e insieme di stallo, di attesa e di rivendicazione — si era trasformato in uno spazio simbolico della sospensione, della precarietà e dell’incertezza sul futuro.
Sono proprio gli operai della Rockwool a contattare il collettivo, ritenendolo capace di dare visibilità pubblica e forma simbolica alla loro condizione. Da questo incontro nasce la performance Work(ers) In Progress 1/, dell’artista del collettivo Eleonora Di marino, in cui l’arte smette di limitarsi a rappresentare il conflitto e sceglie invece di inscriversi direttamente nel suo spazio e nel suo tempo, assumendo la vertenza come materia viva dell’opera e come campo di azione politica ed estetica insieme.
L’artista del Collettivo Giuseppefraugallery, Eleonora Di Marino, invita gli operai a compiere un gesto tanto semplice quanto spiazzante: applaudire. Un atto che sostituisce il grido, la rabbia e la rivendicazione con una forma di riconoscimento silenzioso e insieme potentissima, capace di trasformare il linguaggio della protesta in un dispositivo simbolico di memoria e di presenza. Il video dell’azione diventa parte integrante dell’opera Opera Io [Work(ers) In Progress 2/], destinata alla mostra My Generation, in programma nel mese di ottobre presso il Museo Canonica di Villa Borghese a Roma, inscrivendo così questa esperienza locale in un circuito espositivo nazionale e istituzionale.
Applaudire invece di urlare significa, in questo caso, rendere visibile la distanza che separa i vernissage della Capitale da chi veglia quotidianamente su un posto di lavoro perduto nel profondo Sud-Ovest della Sardegna — una distanza che è al tempo stesso geografica, sociale e simbolica, e che attraversa molti altri contesti in Italia e nel mondo. L’opera si colloca consapevolmente in questa frattura, non per neutralizzarla, ma per renderla evidente e per farne materia di riflessione critica.
Si tratta di un’arte che sceglie di stare accanto ai lavoratori prima ancora che di rivolgersi ai responsabili di quella che appare come una vera e propria tragedia sociale: soggetti che non hanno esitato ad abbandonare il territorio, lasciando un vuoto nelle vite e nelle possibilità materiali di queste persone, senza offrire soluzioni alternative, privilegiando l’investimento in capitali finanziari — e talvolta anche in opere d’arte contemporanea — piuttosto che nei corpi e nelle esistenze dei lavoratori. In questo senso, il lavoro di Di Marino mette in luce una contraddizione profonda: quella di un sistema in cui alcuni dei responsabili della crisi risultano spesso più vicini all’arte che agli uomini, e in cui proprio l’arte è chiamata a interrogare criticamente il proprio ruolo, le proprie alleanze e le proprie responsabilità nel campo sociale.
(La Nuova Sardegna)


