Gli invisibili della questione Rockwool












































Gli “invisibili” della vertenza Rockwool.

Per una politica dei diritti che non selezioni i lavoratori

Con questa nuova vertenza, il collettivo Giuseppefraugallery sceglie di sostenere — assumendosi anche la responsabilità della cura dell’immagine pubblica e della comunicazione — i lavoratori in somministrazione della ex Rockwool, coloro che da anni si definiscono, non senza ragione, “gli invisibili della questione Rockwool”. Invisibili perché sistematicamente esclusi dal racconto pubblico del conflitto, ma soprattutto perché mai realmente inseriti nella vertenza né rappresentati in modo efficace ai tavoli istituzionali.

A distanza di anni dalla chiusura dello stabilimento, mentre 54 lavoratori diretti sono entrati legittimamente nel perimetro della narrazione mediatica e delle soluzioni istituzionali, i lavoratori somministrati hanno subito una sorte ancora più radicale: la cancellazione. Per oltre tre anni sono rimasti senza voce, senza interlocutori politici riconoscibili, senza che le organizzazioni sindacali chiarissero pubblicamente quale fosse la loro posizione, né tantomeno promuovessero un confronto strutturato con gli assessori competenti.

Eppure, questi lavoratori rivendicano — a pieno titolo — gli stessi diritti dei lavoratori diretti. Non si tratta di una richiesta morale, ma di un principio giuridico e politico: i lavoratori in somministrazione godono delle medesime libertà e degli stessi diritti sindacali previsti dallo Statuto dei Lavoratori. Possono organizzarsi sindacalmente, eleggere propri rappresentanti, riunirsi in assemblea anche durante l’orario di lavoro. La domanda, allora, è inevitabile: perché non dovrebbero avere diritto a essere inclusi nei piani di tutela, riqualificazione e reinserimento lavorativo, così come è avvenuto per altri?

L’accordo del 22 dicembre 2011 — che prevedeva la ricollocazione dei lavoratori diretti Rockwool tra Igea e Carbosulcis, poi confluita nell’assunzione presso Ati Infras — ha prodotto, di fatto, l’esclusione definitiva dei lavoratori somministrati da qualsiasi prospettiva di reinserimento. Una esclusione che appare in aperto contrasto con gli accordi istituzionali precedenti, in particolare con l’accordo del 6 ottobre 2009 (articoli 2 e 3), nei quali Regione e organizzazioni firmatarie si impegnavano esplicitamente alla gestione complessiva dei lavoratori attraverso percorsi di riqualificazione professionale e reinserimento, anche in relazione alle bonifiche ambientali e alle iniziative di sviluppo territoriale.

Tutto questo, per i lavoratori in somministrazione, non è mai esistito: esclusi dai percorsi formativi, esclusi dai corsi per le bonifiche, esclusi dalle prospettive di reimpiego, pur essendo formalmente inseriti nelle stesse linee di intervento previste per gli altri. A ciò si aggiunge il rifiuto, apertamente dichiarato, di un confronto istituzionale, come nel caso dell’incontro richiesto nel gennaio 2012 all’assessora regionale competente, respinto in modo sprezzante e umiliante.

In questo quadro, emerge una questione più ampia e più grave: una vertenza può dirsi tale solo se produce diritti per tutti, non se seleziona chi è degno di essere rappresentato e chi può essere sacrificato. Quando la lotta diventa strumento di accesso privilegiato per alcuni e non orizzonte di giustizia per tutti, smette di essere lotta e diventa — nella migliore delle ipotesi — una forma di elemosina contrattata, nella peggiore un meccanismo di ricatto sociale.

È necessario inoltre riconoscere una asimmetria materiale spesso rimossa dal discorso pubblico: tre anni di presidio e di mobilitazione senza adeguati ammortizzatori sociali sono semplicemente impensabili per un lavoratore somministrato. Non si tratta di mancanza di volontà, ma di una condizione materiale di sopravvivenza. E tuttavia, anche quando hanno provato ad avvicinarsi alla vertenza, questi lavoratori sono stati spesso tenuti a distanza, come se la loro presenza rappresentasse un rischio: quello di allargare il numero degli aventi diritto, quello di rendere più complesso il perimetro delle rivendicazioni.

Il collettivo Giuseppefraugallery interviene in questa frattura non per sostituirsi ai soggetti politici e sindacali, ma per rendere visibile ciò che è stato sistematicamente rimosso: una parte di lavoratori che esiste, che ha lavorato per anni nello stesso stabilimento, che ha subito gli stessi processi di espulsione e che oggi rivendica non un privilegio, ma un diritto. Un diritto sancito dagli accordi, dalle leggi, e prima ancora da un principio elementare di giustizia sociale.

Assumere la cura dell’immagine e della comunicazione di questa vertenza significa, per il collettivo, trasformare una rimozione in una questione pubblica, sottrarre questi lavoratori all’invisibilità e riportare il conflitto nel suo terreno reale: quello di una politica dei diritti che non può essere selettiva, né gerarchica, né fondata sull’esclusione.

Come scrive uno degli ex lavoratori somministrati, Mario Musa, “gli eroi non sono quelli che vengono raccontati, ma quelli che per dieci anni hanno lavorato in silenzio, accettando soprusi e indifferenza, e che per tre anni nessuno ha voluto ascoltare”. Dare spazio a questa voce non è un gesto di solidarietà retorica: è un atto necessario per ricostruire il senso stesso della parola lotta, sottraendola alla logica della rappresentazione e restituendola alla sua funzione originaria: produrre diritti, non distribuirli in modo diseguale.





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