Rifugio Sgabùtzo (alloggio degli scapoli e dintorni) Carlo Spiga con Terzo Fuoco c/o Giuseppefraugallery Villaggio Normann
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Rifugio Sgabùtzo (Alloggio
degli scapoli e dintorni)
Carlo
Spiga con Terzo Fuoco, presso Giuseppefraugallery, Villaggio Normann,
Gonnesa
A cura di Giuseppefraugallery
Testo di Emiliana
Sabiu
Con la partecipazione di Terzo Fuoco (Luigi
Massari)
Domenica,
29 aprile 2012, ore 18:30
Villaggio
Normann – Gonnesa (CI) – Coordinate: 39.5 N / 8.8 E
Il progetto Rifugio Sgabùtzo si inserisce nel percorso di riattivazione dei luoghi minerari dismessi portato avanti dal collettivo Giuseppefraugallery, intrecciando memoria, paesaggio e pratica artistica in un’azione che assume lo spazio come materia viva. Il titolo nasce da un gioco linguistico e simbolico tra l’idea di rifugio — inteso come luogo appartato, protetto, legato a un ambiente circostante — e una mitologia adolescenziale fatta di spazi informali, zone franche temporanee, sospensioni dalle regole del mondo adulto. Sgabùtzo evoca così ciò che è nascosto, laterale, appartato, ma anche carico di possibilità sociali e affettive.
L’edificio scelto per l’intervento è l’ex alloggio degli scapoli del Villaggio Normann, spazio che in passato ospitava temporaneamente i giovani lavoratori della miniera. Nella memoria di Carlo Spiga, questo luogo si sovrappone idealmente alla cosiddetta “Villa Sgabuzza” nelle campagne di Assemini — un luogo informale, non registrato nelle mappe ufficiali, dove si organizzavano feste o semplicemente si trascorreva il tempo. Questa sovrapposizione di memorie costruisce una geografia affettiva in cui lo spazio minerario dismesso non è solo un relitto del passato industriale, ma anche un deposito di esperienze, desideri e pratiche sociali minori.
Al momento dell’azione, l’ex alloggio degli scapoli appare ridotto a rudere, abbandonato a un destino di progressivo degrado, nonostante il valore storico e simbolico che lo lega alla vita del villaggio minerario. Immerso nel verde, a circa duecento metri dalla sede di Giuseppefraugallery, in una posizione privilegiata per la vista sul mare, sui tramonti e sui cieli notturni, lo spazio viene riaperto attraverso un intervento di pulizia artistica e ambientale, che ne restituisce temporaneamente la fruibilità e ne riattiva la presenza nel paesaggio.
L’azione ha avuto inizio in prossimità del tramonto del 29 aprile 2012 (il sole alle 20:16), in un tempo di passaggio che sottolinea la dimensione soglia dell’intervento. Lo spazio è stato abitato attraverso un intervento sonoro in cui Carlo Spiga è stato affiancato da Luigi Massari, artista pugliese attivo con il progetto Terzo Fuoco. Il suono ha attraversato l’architettura e il paesaggio, riconfigurando la percezione del luogo e trasformando un ambiente abbandonato in un campo di esperienza condivisa, temporaneamente sottratto alla logica del rudere e restituito a una dimensione di presenza.
Parallelamente, gli artisti del collettivo hanno esteso l’azione di pulizia e riqualificazione anche al Belvedere di Normann, nel tempo ridotto a discarica. Questi gesti, semplici e concreti, hanno però fatto emergere con forza la frattura tra pratiche di cura dal basso e gestione istituzionale del patrimonio dismesso. L’IGEA, ente responsabile degli edifici e del loro stato di conservazione, è intervenuta recintando l’alloggio degli scapoli e diffidando il collettivo dal proseguire le operazioni di pulizia e recupero.
La risposta degli artisti non è stata il ritiro, ma l’apertura di un percorso di denuncia pubblica sulle condizioni di precarietà e abbandono dei siti minerari gestiti dall’ente. In questo modo, l’azione su Rifugio Sgabùtzo ha superato la dimensione dell’intervento poetico o ambientale, trasformandosi in un gesto che mette in tensione memoria, responsabilità istituzionale e diritto all’uso dei luoghi. La pulizia, il suono, l’abitare temporaneo dello spazio diventano così strumenti per riaprire una questione politica e culturale: chi decide il destino di questi luoghi, e a chi appartengono davvero?
Il rifugio, da spazio nascosto e marginale, si trasforma in luogo di esposizione e di conflitto, dove la pratica artistica non produce un oggetto, ma attiva un processo: riaprire, far risuonare, prendersi cura, e al tempo stesso rendere visibile l’abbandono e le sue responsabilità. In questo intreccio tra gesto minimo e conseguenze pubbliche, Rifugio Sgabùtzo si inscrive come una tappa significativa nella ricerca del collettivo, che continua a interrogare i territori dismessi non come rovine da contemplare, ma come spazi da attraversare, contendere e temporaneamente restituire alla vita.

http://terzofuoco.tumblr.com


































