Capodanno al Binario 21, l'Italia ha perso il treno, noi il lavoro.




Capodanno al Binario 21, l'Italia ha perso il treno, noi il lavoro.

Ogni treno che attraversa la stazione li saluta con la sirena, e loro rispondono con i fischietti. È un gesto semplice, ripetuto, quasi rituale: un modo per affermare che lassù, a trenta metri d’altezza, con il termometro che durante la notte scende sotto lo zero, non sono soli. Sono i tre lavoratori che, dall’8 dicembre, presidiano una torre tra i binari della Stazione Centrale di Milano, scegliendo di trascorrere al freddo non solo il Natale, ma anche la notte di Capodanno, per protestare contro la soppressione dei treni notturni a lunga percorrenza. Una decisione che mette a rischio il posto di lavoro di oltre ottocento dipendenti della Servirail (ex Wagon-Lits) e della RSI per la manutenzione: un’intera filiera professionale cancellata in nome di una riorganizzazione che sacrifica il lavoro sull’altare dell’efficienza e della riduzione dei costi.

Il presidio sulla torre non è soltanto una forma estrema di protesta sindacale, ma anche un dispositivo simbolico potentissimo: i corpi sospesi nello spazio infrastrutturale della stazione — luogo per eccellenza del transito, della velocità, della mobilità promessa — rendono visibile la contraddizione tra la retorica del progresso e la realtà di un sistema che produce esclusione e precarietà. La verticalità della torre diventa così metafora di una condizione di isolamento e di esposizione, ma anche di resistenza: stare in alto per essere visti, per non scomparire nel rumore di fondo della città e dei suoi flussi.

In questo contesto si inserisce l’intervento degli artisti del collettivo Giuseppefraugallery, che hanno scelto di trascorrere con i lavoratori la notte di Capodanno, trasformando la presenza solidale in un gesto artistico e politico insieme. Per l’occasione hanno preparato una serie di bottiglie con un’etichetta appositamente ideata, recante la scritta: “L’Italia ha perso il treno, NOI il lavoro”. Un oggetto semplice, quasi povero, che funziona come multiplo simbolico e come strumento di comunicazione: non un gadget, ma un segno capace di condensare in una formula secca e ironica la violenza strutturale di una scelta politica ed economica.

La nostra è una testimonianza che proviene dal territorio più povero d’Italia, il Sulcis-Iglesiente, dove il tema delle infrastrutture, della mobilità e dell’abbandono non è un’astrazione, ma una condizione quotidiana. Lì i treni viaggiano a scartamento ridotto, spesso a gasolio, su convogli obsoleti, con ritardi cronici e velocità esasperatamente lente: un sistema di trasporti che sembra appartenere a un’altra epoca e che diventa emblema materiale di una marginalità strutturale. Portare questa esperienza a Milano, nel cuore della principale stazione italiana, significa mettere in cortocircuito centro e periferia, eccellenza e arretratezza, retorica dell’alta velocità e realtà dell’esclusione territoriale.

Dal punto di vista curatoriale, l’azione può essere letta come una forma di arte pubblica situata e di attivismo culturale che rifiuta la separazione tra gesto estetico e presa di posizione politica. Il collettivo non “rappresenta” la lotta, ma vi si innesta, condividendone tempi, rischi e condizioni materiali. L’oggetto artistico — le bottiglie con l’etichetta — non è fine a se stesso, ma funziona come dispositivo relazionale, come strumento di circolazione del messaggio e come estensione simbolica del presidio.

In continuità con le pratiche sviluppate negli anni — dalle Reality Performance alle azioni sulle vertenze operaie e ambientali — questo intervento ribadisce l’idea che l’arte possa agire come infrastruttura critica: non come ornamento del conflitto, ma come campo di risonanza capace di amplificarne la portata pubblica e di metterlo in relazione con altri territori, altre storie, altre forme di marginalità. La torre della Stazione Centrale diventa così non solo un luogo di protesta, ma anche un palcoscenico involontario su cui si intrecciano lavoro, perdita, resistenza e immaginazione politica.

In definitiva, il gesto di salutarsi con le sirene e i fischietti — ripetuto treno dopo treno, notte dopo notte — assume il valore di una drammaturgia minima della solidarietà: un dialogo sonoro tra chi passa e chi resta sospeso, tra chi continua il proprio viaggio e chi ha visto interrompersi il proprio. È in questo spazio di tensione che l’intervento di Giuseppefraugallery trova il suo senso più profondo: non offrire consolazione, ma rendere condivisibile l’esposizione al rischio, trasformando la presenza artistica in un atto di prossimità, testimonianza e responsabilità pubblica.


Videoproiezione l'Italia ha perso il treno, noi il lavoro.

L’intervento ha rafforzato il carattere site-specific e relazionale dell’azione, costruendo un corto circuito tra emergenza presente e memoria storica, tra mobilità forzata del passato e precarizzazione del lavoro nel presente. La videoproiezione non ha agito come semplice supporto documentativo o scenografico, ma come atto performativo esteso, capace di rendere visibile, nello spazio urbano notturno, una vertenza che rischiava altrimenti di rimanere confinata ai margini del discorso pubblico.

In questo modo, la notte di Capodanno alla Stazione Centrale di Milano si è trasformata in un dispositivo temporaneo di arte pubblica e testimonianza civile, in cui corpi, architetture, immagini e suoni hanno concorso a costruire un’esperienza condivisa di esposizione, solidarietà e presa di parola, riaffermando il ruolo dell’arte come infrastruttura critica capace di intervenire nei luoghi e nei tempi della crisi.