2x1, Fuorisalone del mobile, Milano 2011
Nel contesto del Salone del Mobile di Milano — tradizionalmente associato all’eccellenza del design, all’innovazione formale e alla celebrazione di un’idea di abitare fondata su esclusività, lusso e qualità estetica — il collettivo Giuseppefraugallery introduce un dispositivo espositivo radicalmente dissonante: la ricostruzione del ripostiglio di due metri per uno e mezzo in cui, per oltre un anno e mezzo, ha vissuto Giuseppe Pusceddu, disoccupato di Iglesias, oggi temporaneamente ospitato a Casa Serena in attesa di una sistemazione più dignitosa. L’intervento si colloca programmaticamente “al di fuori” del Salone, nel circuito del Fuorisalone, ma agisce come una frattura simbolica all’interno del discorso dominante sull’abitare contemporaneo.
La vicenda di Giuseppe Pusceddu — emersa pubblicamente nel contesto del Sulcis-Iglesiente, una delle aree più fragili e impoverite d’Italia — rappresenta uno dei casi più estremi di esclusione abitativa e sociale: privo di casa, con gravi problemi di salute e seguito dal Centro di Igiene Mentale, Pusceddu aveva trovato rifugio in uno sgabuzzino di una palazzina di edilizia popolare, privo di acqua, infestato dai topi, illuminato soltanto da una lampadina collegata grazie alla solidarietà degli inquilini, con una coperta a fungere da tenda e da soglia. Una condizione che rendeva visibile, in forma quasi brutale, il fallimento delle reti di protezione sociale in un territorio già segnato da dismissione industriale, precarietà e marginalità diffusa. Il tentativo di suicidio, sventato dall’intervento dei vicini, aveva trasformato questa storia da dramma privato in questione pubblica, aprendo uno spazio di responsabilità collettiva e di intervento civico.
È in questo quadro che si inserisce l’azione di Giuseppefraugallery, che assume la storia di Pusceddu non come semplice caso umanitario, ma come materia di una pratica artistica situata, coerente con il ciclo delle Extreme Reality Performance e con la più ampia ricerca del collettivo sul rapporto tra arte, territorio e conflitto sociale. Al Fuorisalone di Milano, gli artisti del collettivo realizzano una ricostruzione fedele dello spazio in cui Giuseppe aveva vissuto, trasportando nel cuore del sistema del design internazionale un frammento di realtà che ne mette radicalmente in crisi i presupposti simbolici.
L’operazione non va letta come gesto di mera provocazione, ma come un dispositivo critico che interroga il concetto stesso di abitare. Da un lato, il Salone del Mobile propone modelli abitativi fondati su comfort, estetica e consumo; dall’altro, la ricostruzione del “tugurio” di via Venezia introduce un contro-modello, che rende visibile una forma di abitare ridotta alla pura sopravvivenza, distante anni luce dagli standard celebrati dal design italiano d’eccellenza. In questo scarto si produce il nucleo concettuale dell’intervento: l’abitare non come stile di vita, ma come diritto negato; non come oggetto di progetto, ma come condizione politica e sociale.
Il collettivo esplicita questa tensione proponendo un confronto diretto tra arte, architettura, design e realtà sociale. L’installazione non si limita a esporre uno spazio, ma costruisce una situazione di frizione per il pubblico, chiamato a misurarsi con la distanza tra il linguaggio dell’innovazione formale e la materialità della precarietà. In questo senso, l’opera funziona come una soglia critica che mette in discussione il ruolo delle pratiche progettuali e delle istituzioni culturali rispetto alle emergenze abitative e sociali del presente.
L’intervento si inserisce inoltre in una strategia più ampia di visibilità politica e culturale del territorio del Sulcis-Iglesiente, che il collettivo mette in relazione con la proposta di candidatura a Capitale Europea della Cultura 2019. La storia di Giuseppe Pusceddu diventa così emblematica non solo di una marginalità individuale, ma di una condizione strutturale che attraversa un intero territorio: portarla a Milano, nel cuore del sistema culturale e produttivo del design, significa forzare un cortocircuito tra centro e periferia, tra rappresentazione dell’eccellenza e realtà della crisi.
All’interno dello stesso spazio espositivo, gli artisti presentano anche lo striscione della Rockwool e i video che documentano la lotta dei lavoratori ex Rockwool, stabilendo un nesso esplicito tra la questione abitativa, la crisi del lavoro e le trasformazioni socio-economiche del Sulcis-Iglesiente. In questo modo, l’installazione su Pusceddu non appare come un episodio isolato, ma come parte di un più ampio dispositivo narrativo e politico, in cui le singole biografie vengono lette come sintomi e come campi di intervento di una crisi sistemica.
Dal punto di vista curatoriale, l’operazione di Giuseppefraugallery può essere interpretata come una forma di arte pubblica critica e di museologia situata, che sposta l’asse della produzione artistica dai luoghi canonici dell’esposizione verso uno spazio di conflitto simbolico. L’opera non produce un oggetto estetico autonomo, ma un’esperienza di confronto, in cui il pubblico è chiamato a interrogare il proprio ruolo, le proprie aspettative e le proprie responsabilità all’interno di un sistema che celebra l’abitare come forma di distinzione, mentre nega l’abitare come diritto fondamentale.
In questo senso, la ricostruzione dello spazio di Giuseppe Pusceddu al Fuorisalone di Milano non è soltanto un atto di denuncia, ma un tentativo di ridefinire il campo stesso del discorso sull’abitare, mettendo in relazione arte, design, politica e giustizia sociale. Un gesto che, coerentemente con la pratica del collettivo, assume la realtà — nella sua forma più dura e irrisolta — come materiale dell’opera, e che utilizza il dispositivo espositivo per trasformare una storia di marginalità in una questione pubblica, estetica e politica insieme.








