Eleonora Di Marino a Babylon, Galleria Cart, Monza 2011.

Eleonora Di Marino partecipa alla mostra Babylon presso la galleria Cart di Monza, diretta da Giorgio Viganò e Calogero Ninotta, all’interno di una collettiva dedicata a una generazione di giovanissimi artisti che operano attraverso una pluralità di mezzi espressivi. L’esposizione si presenta come un osservatorio sulle pratiche contemporanee in formazione, caratterizzate da una promiscuità consapevole di linguaggi e di tecniche che riflette uno stato di ricerca ancora aperto, instabile e processuale, più che l’adesione a poetiche definitivamente consolidate.
In questo contesto, l’intervento di Di Marino si distingue per la capacità di mettere in tensione lo spazio espositivo con una dimensione dichiaratamente politica. L’artista presenta uno striscione realizzato a mano, un video che documenta la performance con i lavoratori in cassa integrazione ex Rockwool di Iglesias a Roma, e due magliette — anch’esse recanti la scritta Opera io, tracciata manualmente — indossate rispettivamente dal curatore e dal gallerista. Questi elementi non funzionano come opere isolate, ma come parti di un unico dispositivo concettuale che attraversa diversi supporti e livelli di visibilità.
Lo striscione, il video e le magliette costruiscono una costellazione di segni che mette in corto circuito la dimensione dell’oggetto artistico, quella documentaria e quella performativa, estendendo l’opera oltre i confini tradizionali dello spazio espositivo. Il fatto che il curatore e il gallerista diventino essi stessi portatori fisici dell’opera — indossando le magliette — introduce una dimensione di coinvolgimento diretto e di assunzione simbolica di responsabilità, spostando il discorso dall’ambito della rappresentazione a quello della partecipazione.
In questo modo, l’intervento di Di Marino si configura come una pratica di interrogazione critica sul ruolo dell’arte e delle sue istituzioni di fronte alle emergenze sociali contemporanee. La distanza tra il contesto protetto della galleria e le condizioni materiali dei lavoratori in cassa integrazione non viene rimossa, ma resa visibile e problematizzata, trasformandosi nel nucleo concettuale del lavoro. Opera io diventa così non soltanto una scritta o un titolo, ma una formula che richiama una richiesta di responsabilità condivisa, capace di coinvolgere artisti, curatori, galleristi e pubblico in un campo di tensione che mette in discussione le tradizionali separazioni tra pratica artistica, impegno civile e sfera istituzionale.







