RockBus Museum, 2010-2011





Il RockBus Museum nasce da un’idea degli artisti del collettivo Giuseppefraugallery come progetto che si colloca consapevolmente al confine tra opera d’arte, dispositivo curatoriale e pratica di attivismo culturale. Fin dalle sue premesse, il progetto viene concepito non come semplice contenitore espositivo mobile, ma come un’opera-processo capace di produrre senso, relazioni e visibilità pubblica attraverso il sostegno concreto alla vertenza dei lavoratori in cassa integrazione ex Rockwool di Iglesias. In questo modo, l’arte non si limita a rappresentare una condizione di crisi, ma si assume il compito di intervenire simbolicamente e politicamente in un contesto segnato da una profonda fragilità economica e sociale, quello del Sulcis-Iglesiente, spesso indicato come uno dei territori più poveri d’Italia.

Il RockBus Museum si fonda sull’idea che la pratica artistica possa agire come infrastruttura culturale temporanea, capace di attivare processi di riconoscimento, di memoria e di immaginazione collettiva. L’obiettivo non è soltanto quello di dare visibilità a una vertenza specifica, ma di inscriverla in una più ampia riflessione sulla possibilità di una rinascita culturale del territorio, intesa come condizione preliminare e necessaria per qualsiasi ipotesi di riconversione economica e sociale. In questo senso, il progetto assume una chiara valenza politica: la cultura viene proposta come matrice di nuovi immaginari e come strumento di riarticolazione del rapporto tra lavoro, territorio e comunità.

Il pullman che ospita il RockBus Museum non è un semplice supporto logistico, ma diventa esso stesso spazio simbolico e performativo. Utilizzato come sede del presidio dei lavoratori ex Rockwool, il mezzo viene ripensato come uno spazio autogestito, aperto a mostre, incontri, discussioni e momenti di restituzione pubblica, configurandosi come un museo mobile e precario, coerente con la condizione di instabilità che attraversa i soggetti che lo abitano. In questa trasformazione, il veicolo smette di essere un luogo di transito per diventare un luogo di permanenza, di sedimentazione della memoria e di costruzione di una narrazione condivisa intorno alla vertenza.

Il RockBus Museum si presenta così come un’istituzione temporanea e situata, che mette in discussione i modelli tradizionali di museo e di spazio espositivo, sostituendo alla neutralità apparente dell’istituzione culturale una forma dichiaratamente politica e relazionale. Le mostre e gli incontri ospitati al suo interno non hanno soltanto una funzione documentaria o celebrativa, ma partecipano alla costruzione di un archivio vivo della lotta, in cui la memoria del conflitto diventa strumento di consapevolezza e di riappropriazione simbolica dello spazio pubblico.

Hanno partecipato:
Giuseppefraugallery, BACCANALE (sulcis concerti) , Zorba il Gatto, Eleonora Di Marino, Riccardo Oi, Davide Porcedda, Pino Giampà, Roberto Casti, Luca Setzu, Giacomo Tronci, Lilies On Mars Rootkit Golpe, Mudskills, Outsiders Uh-yeah. Lowkilla, Shao-Zin, Meka Gonetea, Clockwork Shardana, Sick Freedom, Gianmarco Loddi + Marco Usai, Come Bud e Therence HillMegaHera, Macondo, Bohémièn Skizzoid Orchestrers, Gat Bac e Gigi, djset Stefano Melis, Valentina Desogus, Lobo Kassam, Emanuela Murtas. The Sonora Skandalera, Gianluca Tocco & Perry Frank, Lowkilla, Dharma Station, Libera.mente, Lefthanders Rules, Testa o Croce, ContraMilonga, Max (Casu-Rigaccini), Piero Marras, Erotik Monkeys, Baboons, Mompestofaes Mompestofæst Rock, Mudskils, Lowkilla + Frankie Rhot Bassehead, Tenores "Su Redentore" Nuoro, La Cernita Teatro






"Ore 12.00 Cominceremo con il rinnovare il bus, vogliamo dare un segnale forte: per testimoniare il nostro vivere e lottare, per lottare e per vivere. Un restyling non solo esteriore… il cielo ci ha dato un segnale, regalandoci dei giorni di pioggia per mettere alla prova la nostra pazienza, la nostra determinazione ad avviare da subito i lavori. Oramai siamo capaci di pensare ed agire in grande: apriremo il primo museo di arte contemporanea dell’Iglesiente, trasformando l’autobus nel “Rockbus Museum”! Con il contributo degli amici Artisti di questo territorio che sono diventati parte integrante della vertenza, inviteremo artisti di fama regionale, nazionale ed internazionale, ad intervenire attivamente nella realizzazione di questo sogno. Un’azione concreta, per dimostrare al territorio come la nostra lotta non è solo frutto della disperazione e della crisi economica, ma anche dell’incapacità di progettare nuove prospettive economiche e sociali. Questa è solo la prima delle azioni culturali che ci vedranno portare, anche attraverso altre iniziative “top secret”, il nostro entusiasmo e la nostra determinazione in tour nei luoghi di LOTTA di tutta la Sardegna."







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Epilogo – Il RockBus Museum era stato ideato non soltanto come strumento di sostegno alla vertenza dei lavoratori, ma anche come spazio progettuale capace di richiamare artisti internazionali a confrontarsi con il territorio, nella prospettiva di sperimentare nuovi confini per l’arte pubblica e sociale. Il progetto si era configurato come un dispositivo di avanguardia culturale, pensato per anticipare e accompagnare la costruzione di un possibile Distretto Culturale Sostenibile e per promuovere il Sulcis-Iglesiente in un contesto di visibilità internazionale, sottraendolo a una condizione di marginalità simbolica oltre che economica.

Il programma iniziale era stato concepito in forma aperta, includendo anche artisti provenienti dall’underground locale e partenopeo, nella convinzione che questa pluralità potesse arricchire il progetto e rafforzarne la dimensione sperimentale. Tuttavia, proprio tale apertura aveva finito per produrre effetti contrari alle intenzioni originarie. Nel tempo, infatti, alcuni di questi interventi avevano contribuito a indebolire e infine a compromettere la missione iniziale del progetto, impedendo di fatto che i lavoratori potessero proseguire, insieme ai giovani artisti del collettivo Giuseppefraugallery, quel processo di apertura del territorio verso il sistema dell’arte internazionale che costituiva uno degli assi portanti dell’iniziativa.

A ciò si era aggiunta una campagna diffamatoria che aveva tentato di ridefinire in modo strumentale il senso dello spazio autogestito di Giuseppefraugallery, presentandolo come una sorta di galleria privata inserita nei meccanismi più opachi e distorti delle grandi multinazionali dell’arte contemporanea. Questa narrazione, priva di fondamento, aveva finito per alimentare sospetti e conflitti, sfruttando l’idea stessa del progetto, la condizione di vulnerabilità dei lavoratori e la loro inevitabile ingenuità rispetto alle dinamiche del sistema dell’arte.

Il risultato è stato un progressivo svuotamento del senso originario dell’iniziativa e una vera e propria devastazione del pullman, trasformato da spazio di elaborazione culturale e di memoria condivisa in un luogo sovraccarico e caotico, occupato indiscriminatamente da opere e interventi eterogenei. In questo modo, ciò che era stato concepito come un museo mobile, critico e situato, aveva perso la propria funzione di dispositivo politico e culturale, rivelando la fragilità dei processi di autogestione quando vengono esposti a conflitti interni, strumentalizzazioni esterne e asimmetrie di potere politico.


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Epilogo

Quando, nel 2010, i lavoratori in cassa integrazione ex Rockwool contattarono Eleonora Di Marino per chiedere un supporto alla loro vertenza, il presidio risultava numericamente esiguo e sostanzialmente invisibile: la maggior parte degli operai non partecipava né alle manifestazioni né alle iniziative di protesta, e la mobilitazione faticava a ottenere attenzione sia a livello locale sia nazionale. In questo contesto, il collettivo decise di intervenire attraverso una serie di azioni performative ideate dagli artisti di Giuseppefraugallery, realizzate inizialmente sul ponte del presidio e successivamente anche a Roma e a Milano, con l’obiettivo di rendere visibile il conflitto e di riattivare un discorso pubblico attorno alla crisi occupazionale del territorio.

Nel corso dell’estate dello stesso anno venne inoltre concepito, insieme ai lavoratori e a Baccanale Sulcis Concerti, il Festival Rock(wool), pensato come un dispositivo culturale capace di coniugare musica, arti visive e dibattito politico-sociale. Grazie a queste sinergie tra artisti, lavoratori e operatori culturali, la vertenza riuscì finalmente a ottenere una visibilità significativa, sia all’interno del territorio sia sui media nazionali, superando almeno in parte quella condizione di isolamento che ne aveva caratterizzato la fase iniziale.

Dopo l’estate, uno dei lavoratori in cassa integrazione riuscì a ottenere la disponibilità di un autobus. Fu in quel momento che maturò, all’interno del collettivo, l’idea di trasformare il mezzo in una sorta di museo mobile, che venne denominato RockBus Museum (come documentato anche dal Diario del RockBus pubblicato sull’“Isola dei Cassintegrati” nel maggio 2011). Si avviò così la realizzazione della scritta identificativa e la definizione del concept: il RockBus avrebbe dovuto ospitare artisti provenienti sia dal territorio sia dal panorama nazionale e internazionale, a condizione che producessero opere strettamente legate alla vertenza Rockwool e, più in generale, alle crisi del Sulcis-Iglesiente, progettando al tempo stesso forme di intervento e di lotta simbolica.

Parallelamente, alcuni soggetti si stavano attivando per migliorare le condizioni materiali del mezzo, con l’obiettivo di aumentarne il comfort, dotarlo di una parziale autonomia energetica attraverso l’installazione di pannelli fotovoltaici e rimetterlo in circolazione per organizzare veri e propri tour, concepiti come itinerari congiunti di arte e di mobilitazione politica. In questa fase, il RockBus Museum veniva pensato come un’istituzione culturale temporanea e situata, capace di coniugare produzione artistica, memoria della lotta e intervento pubblico.

Tuttavia, tali intenzioni furono portate avanti solo in parte. Alcuni soggetti esterni al territorio, sebbene inizialmente invitati dal collettivo a intervenire come curatori, finirono progressivamente per appropriarsi del progetto, escludendo Giuseppefraugallery e deviando la programmazione verso mostre dedicate prevalentemente a un circuito ristretto di artisti a loro vicini. Questo slittamento produsse una progressiva perdita di coerenza rispetto alla missione originaria del RockBus Museum, trasformandolo da dispositivo politico-culturale condiviso in uno spazio privo di una chiara direzione progettuale.

L’esito fu che, dopo appena un anno di attività, l’autobus — ormai sovraccarico e in larga parte snaturato da una stratificazione indiscriminata di opere e interventi — venne richiesto indietro dal proprietario e infine demolito. In questo modo si concluse un’esperienza che, pur nella sua brevità, aveva tentato di sperimentare una forma inedita di museo mobile e di pratica artistica situata, rivelando al tempo stesso le fragilità strutturali di progetti fondati sull’autogestione, sulla conflittualità degli interessi e sull’asimmetria delle competenze all’interno del sistema dell’arte.



Da questa consapevolezza è maturata, all’interno del collettivo, una riflessione più ampia e autocritica: l’idea che non fosse più possibile pensare una singola comunità — per quanto in quel momento fortemente identitaria e simbolicamente rappresentativa del territorio — come soggetto esclusivo e privilegiato della rappresentazione e dell’azione. Il territorio, infatti, non è mai una totalità omogenea, ma un campo attraversato da differenze, fratture, diseguaglianze e conflitti, che non possono essere ricondotti a un’unica voce o a un’unica esperienza.

Per questa ragione, il collettivo decise di estendere il proprio raggio d’azione verso altre comunità, altre criticità, altre vertenze — talvolta anche di natura individuale — riconoscendo che nessuna comunità può, da sola, rappresentare un territorio segnato in profondità dai processi del capitalismo contemporaneo, che producono frammentazione, individualismi, forme di sottomissione e di sfruttamento differenziate e spesso non comunicanti tra loro. In questa prospettiva, l’esperienza del RockBus Museum, pur nella sua conclusione problematica, funzionò come un momento di passaggio decisivo: non tanto come modello da replicare, quanto come dispositivo critico che costrinse il collettivo a ripensare il proprio ruolo, le proprie strategie e le proprie alleanze, spostando l’attenzione da un’idea unitaria di comunità a una costellazione di soggettività, conflitti e narrazioni, da attraversare e mettere in relazione senza pretese di sintesi forzata o di rappresentazione esclusiva da parte delle singole comunità che rappresentano o vorrebbero rappresentare il territorio.