OBSCENE / ATTI OSCENI IN LUOGO PUBBLICO -

 

Polittico fotografico, pleaser shoeas, fanghi rossi.

L’osceno viene totalmente sessualizzato. Le discariche nucleari, i veleni che colano nel terreno, le foreste rase al suolo, le foche soffocate, i mostri giocattolo, le torture alla televisione, la massa di cibo buttato nella spazzatura dei ristoranti, il bombardamento dei bambini iracheni. L’oscenità espulsa dalle situazioni quotidiane concrete, è stata spostata sugli atti e sugli organi sessuali. Alla nostra società fanno più paura le foto di peni scattate da Robert Mapplethorpe che non le immagini della mitraglietta di Rambo”. [James Hillmann]



«L’osceno viene totalmente sessualizzato. Le discariche nucleari, i veleni che colano nel terreno, le foreste rase al suolo, le foche soffocate, i mostri giocattolo, le torture alla televisione, la massa di cibo buttato nella spazzatura dei ristoranti, il bombardamento dei bambini iracheni. L’oscenità espulsa dalle situazioni quotidiane concrete, è stata spostata sugli atti e sugli organi sessuali.»
— James Hillman

OBSCENE / ATTI OSCENI IN LUOGO PUBBLICO nasce da una riflessione sul destino storico e politico della parola osceno. Un termine che, nel suo lungo percorso etimologico e culturale, ha progressivamente smesso di indicare ciò che minaccia la vita collettiva per concentrarsi quasi esclusivamente sulla sessualità, sul corpo e sul desiderio. L’opera si colloca all’interno di questa frattura semantica, interrogando i meccanismi attraverso cui una società decide cosa mostrare, cosa nascondere e soprattutto cosa condannare.

Il progetto mette in relazione due campi apparentemente lontani: da una parte le ferite ambientali, industriali e militari del territorio del Sulcis Iglesiente; dall’altra le rivendicazioni politiche e sociali delle sex workers. La loro giustapposizione non nasce dalla ricerca di una metafora, ma dalla volontà di evidenziare un paradosso culturale. Mentre interi territori vengono compromessi dall’inquinamento industriale, dalla produzione bellica o dalla dipendenza economica generata da grandi gruppi multinazionali, il corpo sessuale continua a occupare il centro delle preoccupazioni morali della società occidentale.

L’opera individua nell’oscenità un dispositivo di distribuzione del giudizio. Non una qualità intrinseca delle cose, ma una costruzione culturale che assegna visibilità, vergogna e condanna secondo precise gerarchie di potere. In questa prospettiva il sex work appare come uno dei luoghi in cui l’osceno continua a essere prodotto e reiterato, nonostante le richieste provenienti dai movimenti internazionali delle/dei sex workers riguardino principalmente il riconoscimento dei diritti umani, lavorativi e civili.

Il dibattito contemporaneo sul sex work trova infatti nella decriminalizzazione uno dei suoi punti centrali. A differenza dei modelli di regolamentazione che subordinano il lavoro sessuale al controllo amministrativo e poliziesco, la decriminalizzazione propone innanzitutto il riconoscimento della persona che lavora, sottraendola a una condizione di marginalità istituzionale. Le questioni che attraversano il settore — migrazione, precarietà economica, discriminazione di genere, accesso alla salute e alla tutela del lavoro — appartengono al campo dei diritti e non a quello della morale.

In questo contesto il progetto propone un gesto di riallocazione simbolica: sottrarre oscenità al sex work e trasferirla verso ciò che produce morte, devastazione ambientale e violenza strutturale.

Le immagini sono realizzate in tre luoghi emblematici del Sulcis Iglesiente, territori che incarnano differenti forme di compromissione tra sviluppo economico e danno collettivo.



La discarica dei Fanghi Rossi di Iglesias rappresenta l’eredità tossica lasciata da oltre un secolo di attività estrattive e metallurgiche. Milioni di metri cubi di residui industriali giacciono a cielo aperto come un monumento involontario alla storia mineraria della Sardegna e alle sue conseguenze ecologiche. La superficie rosso sangue del deposito assume nelle fotografie una dimensione quasi post-apocalittica, sospesa tra paesaggio industriale e ferita geologica.

Il polo industriale di Portovesme costituisce invece il simbolo di una modernizzazione promessa e mai compiuta. Nato come prosecuzione dell’economia mineraria, il complesso industriale ha progressivamente generato dipendenza occupazionale, contaminazione ambientale e vulnerabilità economica. Le sue architetture dominano il territorio come relitti di un’idea di progresso che continua a produrre effetti materiali e simbolici sulle comunità locali.

Lo stabilimento RWM Italia di Domusnovas introduce una dimensione ulteriore, quella della guerra. Qui vengono prodotti armamenti destinati ai conflitti contemporanei, inscrivendo il territorio sardo all’interno di una geografia globale della violenza. Lontano dai fronti di guerra ma direttamente connesso ad essi, il sito diventa l’emblema di una produzione della morte nascosta dietro la normalità del lavoro industriale.

Di fronte a questi scenari compaiono tre sex workers: Sonia, Belle e Jane.

Le loro presenze non svolgono una funzione illustrativa né allegorica. Non rappresentano vittime, né provocazioni, né elementi decorativi. Occupano lo spazio dell’immagine come soggetti politici. La loro visibilità interrompe il regime percettivo attraverso cui siamo abituati a osservare questi luoghi. Il corpo che tradizionalmente viene considerato scandaloso viene collocato davanti a contesti che raramente vengono percepiti come tali.

La presenza di Sonia davanti ai Fanghi Rossi, di Belle davanti alla RWM e di Jane davanti al polo industriale di Portovesme produce una tensione visiva e concettuale che attraversa l’intero polittico. L’estetica fetish, gli abiti da dominatrice, le Pleaser Shoes, il linguaggio performativo del sex work e della dominazione non sono impiegati come elementi di trasgressione, ma come strumenti di dislocazione dello sguardo. Lo spettatore viene costretto a interrogarsi su quale sia realmente l’oggetto del proprio disagio.

Che cosa appare osceno?

Il corpo sessualizzato di una donna adulta che esercita la propria autodeterminazione? Oppure milioni di tonnellate di rifiuti tossici, un’economia fondata sulla contaminazione ambientale, la produzione di armamenti destinati ai conflitti contemporanei?

L’opera non offre una risposta definitiva. Al contrario, utilizza la fotografia come spazio di attrito tra sistemi di valori differenti. Attraverso il linguaggio del ritratto e del paesaggio industriale, il progetto rende visibile la distanza tra ciò che una comunità considera moralmente inaccettabile e ciò che accetta come inevitabile.

In un’epoca in cui la sessualità continua a essere sorvegliata e regolata mentre la devastazione ambientale e la violenza economica vengono assorbite nel paesaggio quotidiano, OBSCENE / ATTI OSCENI IN LUOGO PUBBLICO propone una ridefinizione radicale del concetto di oscenità.

Non come offesa al pudore.

Ma come offesa alla vita.


Fanghi Rossi / Sonia



Sonia, sex worker, dominatrice e attivista polacca, ha lavorato per anni come stripper e ad oggi lavora a Cracovia come istruttrice di pole dance e come dominatrice.
Nel 2020, a Londra, ha vinto una causa in tribunale dove é stata riconosciuta come avente diritti lavorativi come perfomer negli stripclubs, un risultato storico nella lotta per i diritti delle/dei sex workers.
Sonia svolge diverse pose su una pedana con palo montabile davanti ai fanghi rossi, con essi nello sfondo.


RWM Italia / Belle



Belle, sex worker, dominatrice e artista inglese, lavora da anni nell’ambiente del sex working svolgendo nello sfondo anche creazioni artistiche con la tassidermia con la quale realizza oggetti e sex toys.
Belle posa davanti allo stabilimento RWM con abiti fortemente ispirati all’estetica della sex worker.


Portovesme / JaneGray



Jane, sex worker dominatrice inglese, lavora da anni come dominatrice, svolge workshops e da voce al movimento attivista del sex working.
È stata la prima sex worker ad essere stata curata come un brand di lusso, in quanto sex worker, portando le istanze dell’attivismo a sostegno dei diritti del sex working all’interno del mondo del lusso. Parallelamente, da tre anni ha creato un network della scena londinese (Scene) per sex workers, artisti, piccoli business dell’ambiente fetish mirato ad offrire un puto di ritrovo e autogestito dalle professionalitá dove esplorare, connettere e dare vita ad interscambi.
Jane posa in abito da dominatrice davanti all’impianto industriale di Portovesme in sottofondo.


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Le protagoniste del progetto — Sonia, Jane e Belle — hanno preso parte alla realizzazione dell'opera durante una residenza ospitata dal collettivo Giuseppefraugallery nel mese di agosto 2024.

La permanenza nel Sulcis Iglesiente ha costituito una fase fondamentale del processo di ricerca e produzione. Attraverso l'esperienza diretta del territorio, l'incontro con le sue contraddizioni ambientali, industriali e sociali e il dialogo con le realtà locali, le tre partecipanti hanno contribuito alla costruzione di un lavoro che si sviluppa a partire dall'attraversamento fisico dei luoghi e non dalla loro semplice rappresentazione.

La residenza ha generato uno spazio di confronto tra pratiche artistiche, attivismo e sex work, permettendo di mettere in relazione esperienze provenienti da differenti contesti geografici e culturali con le specificità storiche e politiche del Sulcis Iglesiente. In questo senso, la presenza di Sonia, Jane e Belle non si limita a quella di soggetti fotografati, ma assume il carattere di una partecipazione attiva alla costruzione del discorso dell'opera.

L'intero progetto si configura così come il risultato di una collaborazione tra il collettivo Giuseppefraugallery e tre figure che, attraverso il proprio lavoro e il proprio percorso politico, contribuiscono da anni alla rivendicazione dei diritti delle/dei sex workers e alla ridefinizione delle narrazioni pubbliche che attraversano il settore.


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