Flavio Favelli "Palmira" - Fatto come piace a noi italiani - Civico Mercato Iglesias - Scuola Civica d'Arte Contemporanea

Flavio Favelli – Palmira (Fatto come piace a noi italiani)
Wall painting, 2,20 × 24 m
Civico Mercato, lato via Oristano, Iglesias (CI)

A cura della Scuola civica d’arte contemporanea / Collettivo Giuseppefraugallery

Con Palmira (Fatto come piace a noi italiani) Flavio Favelli realizza un intervento murale di grande impatto visivo e simbolico, inscrivendo nel tessuto urbano di Iglesias un’opera che mette in cortocircuito memoria storica, cultura di massa e responsabilità politica. Il lavoro prende come riferimento iconografico il noto logo del tonno Palmera e la celebre dicitura “fatto come piace a noi italiani”, presenti sulle confezioni del prodotto. Nell’opera, però, il marchio viene trasformato in “Palmira”, in un drammatico slittamento semantico che rimanda direttamente alla città siriana, patrimonio dell’umanità, devastata dalla violenza e dalla distruzione ad opera dei miliziani dell’ISIS.

Il gesto di Favelli è tanto semplice quanto incisivo: sostituendo una sola lettera, l’artista apre una frattura tra immaginario pubblicitario e cronaca geopolitica, tra consumo quotidiano e tragedia storica. Palmira, come il tonno, condivide simbolicamente una condizione di “mattanza” e di progressiva sparizione: entrambe diventano emblemi di un mondo in cui lo sfruttamento, la distruzione e la cancellazione della memoria vengono normalizzati e resi invisibili attraverso le immagini rassicuranti della comunicazione di massa.

Era dal 1950 che un artista di riconosciuta fama non interveniva nello spazio pubblico della città di Iglesias. All’epoca Aligi Sassu realizzò un murale dedicato al tema della miniera, un’opera importante ma già allora distante dalle più avanzate ricerche dell’Arte Informale. Oggi Flavio Favelli, uno degli artisti italiani più rilevanti sulla scena internazionale, porta in città una ricerca pienamente inserita nei linguaggi contemporanei, capace di lavorare sui residui visivi della modernità, sui brand, sui frammenti della memoria collettiva e sulle ambiguità del nostro immaginario culturale.

L’opera attiva molteplici livelli di lettura. Da un lato, il riferimento a Palmira chiama in causa la distruzione del patrimonio culturale e la fragilità dei beni comuni, evocando anche, per analogia, casi emblematici come Pompei. Dall’altro, il lavoro rimanda alla storia recente del territorio: il ricordo dell’operazione della multinazionale Bolton, che dopo aver acquistato il marchio chiuse lo stabilimento sardo, lasciando centinaia di persone senza lavoro, riaffiora come ferita ancora aperta. La frase “Fatto come piace a noi italiani” diventa così un atto d’accusa non solo verso la retorica della produzione industriale, ma più in generale verso un modello di sviluppo che consuma risorse, territori e vite, lasciando dietro di sé macerie materiali e sociali.

Intervenendo sulla parete del Mercato Civico — edificio progettato da Ettore Sottsass, anch’esso “fatto come piace a noi italiani” — Favelli prende posizione anche rispetto alla trasformazione degli spazi del commercio e della città, sostenendo simbolicamente la valorizzazione del Centro Commerciale Naturale, messo in crisi dalla proliferazione dei grandi centri commerciali. In questo senso, l’opera non è solo un’immagine, ma un dispositivo critico che interroga il rapporto tra architettura, consumo, spazio pubblico e identità collettiva.

In un territorio come quello del Sulcis-Iglesiente, il cortocircuito tra logo e scritta può essere letto anche in modo letterale e dolorosamente concreto: a pochi chilometri, a Domusnovas, si trova una fabbrica che ha prodotto armamenti utilizzati nei conflitti contemporanei, come quello in Yemen. La distanza tra immagine pubblicitaria e realtà della violenza si riduce fino quasi a scomparire, rendendo l’opera di Favelli un potente strumento di interrogazione etica e politica.

Non si tratta, tuttavia, di una provocazione fine a se stessa. Come in molta parte della sua ricerca, Favelli costruisce un dispositivo visivo capace di generare attrito tra immagini familiari e contenuti disturbanti, invitando lo spettatore a una presa di coscienza critica. È proprio questa capacità di creare cortocircuiti tra cultura visiva di massa e storia che ha portato Favelli a essere riconosciuto come una delle voci più autorevoli dell’arte italiana contemporanea, con una presenza consolidata anche alla Biennale di Venezia.

L’operazione è stata accolta con entusiasmo dal Consorzio degli operatori del Mercato Civico, avviando, insieme all’Amministrazione Comunale e alla Scuola Civica d’Arte Contemporanea, un processo di riflessione che potrebbe condurre a ripensare l’intero edificio come spazio espositivo permanente per opere site specific di artisti internazionali. L’ipotesi di un vero e proprio Mercato Civico dell’Arte Contemporanea si apre così come prospettiva concreta e simbolica di rigenerazione culturale.

Flavio Favelli è stato visiting professor in residenza nel mese di luglio. Dal 4 all’8 del mese ha realizzato l’opera con la collaborazione degli studenti del Summer Program della Scuola Civica d’Arte Contemporanea, che si è assunta anche l’intero onere finanziario della produzione, confermando il proprio ruolo non solo formativo ma anche attivamente produttivo nel panorama dell’arte pubblica e sociale.