Politicamente scorretti
Sia chiaro, anche a chi continuerà a non voler capire: noi del collettivo Giuseppefraugallery non siamo né una parte politica né parte della politica. Siamo, piuttosto, una parte anche politica nel senso più profondo e necessario del termine: una parte che agisce contro un sistema che, qui nel Sulcis, è interamente governato dalla politica e dalle sue logiche di controllo, mediazione, subordinazione e scambio.
Siamo diventati anche parte politica per sottrarci agli artigli e alla voracità della politica, per non esserne strumento né ornamento, per poterla invece intercettare sul terreno di una programmazione alla pari, senza sottomissioni, senza deleghe in bianco, senza ricatti. In questo territorio l’arte e la cultura, per la politica, sono troppo spesso pretesti retorici, parole vuote utili a coprire ben altre intenzioni, dispositivi cosmetici che accompagnano — quando non giustificano — la sistematica distruzione del territorio.
Alla politica locale interessa quasi esclusivamente l’arte e la cultura prodotte dai “sudditi di partito”: poco importa la qualità, poco importa il valore, poco importa la capacità reale di incidere nei processi sociali e culturali. Per questa visione, uno vale l’altro, perché l’arte e la cultura non sono considerate come strumenti di trasformazione, ma come ornamenti funzionali al consenso, come scenografia di un potere che si auto-legittima. In questo quadro, anche la peggior produzione culturale diventa accettabile, purché sia docile, allineata, innocua.
Da anni portiamo avanti, controcorrente, l’idea di un Distretto Culturale, di una rete di centri di ricerca e produzione capace di dialogare con il sistema dell’arte internazionale. Non per inseguire mode o riconoscimenti, ma per spostare l’asse dal centro alla periferia estrema, per costruire un percorso che porti nel nostro territorio saperi, pratiche, strumenti critici in grado di liberarlo da quell’esercito di mediocri e di millantatori che proprio qui hanno messo radici, approfittando di una classe politica spesso incompetente e culturalmente fragile. Una classe politica che, invece di aprire il territorio al confronto, ha spesso alimentato diffidenza, chiusura e ostilità verso ogni processo di apertura e di internazionalizzazione.
Nonostante tutto questo, abbiamo costruito. Abbiamo costruito reti, relazioni, progetti, occasioni di confronto e di produzione. E nonostante i tentativi, più o meno espliciti, di sabotaggio e di delegittimazione, oggi nel Sulcis esiste una rete di ricerca e produzione artistica capace di operare a livello internazionale con una propria specificità e originalità, radicata nel territorio ma non chiusa in esso.
Con la creazione del Distretto Culturale Open Source, con realtà come il MACC di Calasetta, Mangiabarche, Cherimus, Giuseppefraugallery e la Agri-Factory — che in questi giorni ha ereditato anche il Territorium Museum, già ospitato nella Grande Miniera di Serbariu — si apre ora una fase ulteriore: intervenire direttamente nei processi economici e produttivi del territorio. Non per sostituirci alla politica in senso tradizionale, ma per fare, concretamente, ciò che la politica locale non è stata in grado di fare: immaginare, progettare e attivare modelli di sviluppo fondati sulla cultura, sulla ricerca, sulla produzione di conoscenza e sulla responsabilità verso il territorio e le comunità che lo abitano.
In questo senso, la nostra è una pratica che non chiede permesso, non cerca protezioni, non accetta subordinazioni. È una pratica che rivendica autonomia, conflitto, progetto. E che continua a considerare l’arte e la cultura non come decorazione del presente, ma come strumenti per trasformarlo.


