Eleonora Di Marino: Opera-Azione con le lavoratrici OMSA
























Eleonora Di Marino: Opera-Azione con le lavoratrici OMSA

Mantova, 15 gennaio 2012 – Omsa

L’intervento si colloca nel contesto della vertenza Omsa, esplosa a seguito della decisione della multinazionale di trasferire la produzione in Serbia, determinando il licenziamento di 320 lavoratrici e lavoratori (poi ridotti a 239). Una scelta che non era motivata da una crisi aziendale né da perdite di bilancio: l’azienda non versava in difficoltà economiche, ma ha deliberatamente optato per la delocalizzazione in un paese dove il costo del lavoro si aggira intorno ai 300 euro per operaio, circa un terzo rispetto a quello sostenuto in Italia. Il caso Omsa diventa così esemplare di una più ampia dinamica di ristrutturazione neoliberale, in cui il lavoro viene trattato come variabile puramente contabile e i corpi che lo producono come costi da comprimere.

In questo scenario, l’artista del collettivo Giuseppefraugallery ha invitato le lavoratrici in cassa integrazione a partecipare a un’azione performativa fondata su un gesto di forte densità simbolica: indossare le calze sul volto. L’indumento, tradizionalmente associato a un immaginario di seduzione, eleganza e femminilità codificata dal marketing, viene qui radicalmente rovesciato nel suo valore semantico. La calza diventa dispositivo di mascheramento e deformazione, trasformandosi in un segno inquietante, quasi minaccioso, che richiama tanto l’anonimizzazione forzata del lavoratore quanto la violenza simbolica esercitata dal potere economico.

Il gesto, tuttavia, non produce una cancellazione dell’identità. Al contrario, la deformazione del volto lascia emergere con ancora maggiore evidenza la singolarità di ciascuna persona: i tratti, seppur alterati, restano riconoscibili, e proprio in questa tensione tra occultamento e rivelazione si manifesta la forza dell’azione. Nonostante la multinazionale tenti di ridurre le lavoratrici a numeri, a voci di costo su un bilancio, i corpi continuano a parlare, a esistere, a resistere. Attraverso un gesto scelto consapevolmente, le partecipanti trasformano la propria esposizione in atto di affermazione, dando forma a una presenza che tiene insieme lotta e disperazione, ma anche dignità, orgoglio e rivendicazione di soggettività.

L’’intervento prende una forma di arte pubblica critica e performativa, in cui l’opera non coincide con un oggetto, ma con un’azione condivisa e situata, capace di produrre immagini potenti e immediatamente leggibili nello spazio mediatico e urbano. L’uso del corpo come supporto e come campo di iscrizione del conflitto ribadisce una linea di continuità con le pratiche del collettivo Giuseppefraugallery, da tempo impegnato nell’intersezione tra arte, lavoro e conflitto sociale.

L’azione si è inoltre accompagnata a un appello pubblico: le lavoratrici Omsa hanno invitato tutte le donne — e più in generale i consumatori — a esprimere solidarietà attraverso il boicottaggio dei marchi del gruppo Golden Lady Company (Golden Lady, Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon, NY Legs, Hue, Arwa). La richiesta è chiara e non simbolica: continuare la mobilitazione fino a quando l’azienda non offrirà garanzie concrete di un posto di lavoro stabile per ciascun lavoratore e ciascuna lavoratrice.

In questo senso, l’intervento non si limita a rappresentare una condizione di ingiustizia, ma si configura come dispositivo di pressione politica e di costruzione di alleanze tra lavoratrici, artisti e pubblico. L’arte agisce qui come infrastruttura di visibilità e di immaginazione critica, capace di trasformare un conflitto locale in una questione pubblica più ampia, e di rimettere al centro il corpo del lavoratore come luogo di resistenza, di memoria e di possibilità.












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