Reality performance - Demolito!, 2011


sVista Mare. Azione per l’abbattimento di una struttura abusiva sulla spiaggia di Fontanamare (Gonnesa)

L’azione sVista Mare si inscrive pienamente nel ciclo delle Extreme Reality Performance ideate dal collettivo Giuseppefraugallery come pratiche di intervento diretto nelle criticità del territorio del Sulcis-Iglesiente. In continuità con le precedenti esperienze di arte pubblica, attivismo culturale e presa in carico delle vertenze sociali — tanto collettive quanto individuali — questo intervento assume come campo operativo uno spazio emblematico: la spiaggia di Fontanamare, nel comune di Gonnesa, luogo di grande valore paesaggistico e al tempo stesso segnato da uno stato avanzato di degrado, incuria e abusivismo.

Il titolo, sVista Mare, gioca su uno slittamento semantico che rovescia l’idea consolatoria della “vista mare” in una constatazione critica: ciò che dovrebbe costituire una risorsa simbolica e materiale per il territorio — il paesaggio costiero — appare invece compromesso da una stratificazione di pratiche illegali, di abbandono amministrativo e di rimozione collettiva delle responsabilità. In questo senso, l’azione non si limita a un gesto di denuncia, ma si configura come un dispositivo performativo e politico che mette in questione il rapporto tra comunità, spazio pubblico e gestione del bene comune.

L’intervento prende avvio dalla constatazione che lo stato di degrado in cui versava la spiaggia di Fontanamare rappresentava uno dei peggiori biglietti da visita per un territorio che, nello stesso periodo, si preparava a sostenere la candidatura a Capitale Europea della Cultura (2019). Questa contraddizione — tra la retorica della valorizzazione culturale e la realtà di un paesaggio ferito da pratiche di inciviltà e da un basso profilo di responsabilità collettiva — diventa il fulcro concettuale dell’azione. Gli artisti del collettivo lanciano così un appello pubblico affinché si ponga fine a quello che viene percepito come l’ennesimo scempio, non solo ambientale, ma anche simbolico e culturale.

La performance assume la forma di un’azione concreta: la costruzione di una squadra di volontari e l’intervento diretto sul sito, con l’obiettivo di rimuovere una struttura abusiva che deturpava la spiaggia. L’abbattimento e la successiva pulizia dell’area — avvenuti dopo l’intervento degli artisti — non vanno letti come un semplice atto di manutenzione o di decoro urbano, ma come un gesto performativo che mette in scena una diversa idea di cittadinanza attiva e di responsabilità condivisa. In questo senso, l’azione si colloca in una zona di confine tra pratica artistica, attivismo ambientale e intervento civico, rendendo deliberatamente porosi i confini tra questi ambiti.

Coerentemente con la logica delle Extreme Reality Performance, sVista Mare non produce un oggetto artistico tradizionale, ma un processo: un’azione situata che trasforma temporaneamente lo spazio pubblico in un campo di possibilità, in cui l’arte opera come catalizzatore di energie sociali e come strumento di visibilizzazione di un problema strutturale. L’opera coincide con il gesto, con la mobilitazione, con la riappropriazione simbolica e materiale di un luogo, e con la costruzione di una narrazione alternativa rispetto a quella dominante dell’abbandono e dell’impotenza.

In questo quadro, l’appello del collettivo — «formiamo una squadra di volontari e liberiamo il territorio dall’idiozia degli uomini» — va inteso non come provocazione retorica, ma come presa di posizione etica e politica: un invito a riconoscere che il degrado non è soltanto il risultato di carenze amministrative, ma anche l’esito di una responsabilità diffusa, di una rinuncia collettiva alla cura dello spazio comune. Preparare il Sulcis-Iglesiente a un “futuro migliore” significa, in questa prospettiva, intervenire non solo sulle infrastrutture materiali, ma anche sugli immaginari, sulle pratiche quotidiane e sulle forme di partecipazione civica.

sVista Mare si configura dunque come un esempio paradigmatico di arte pubblica critica e di attivismo culturale situato, in cui la performance diventa strumento di trasformazione concreta e simbolica dello spazio, e in cui il territorio non è sfondo, ma materia stessa dell’opera. In continuità con le altre azioni del collettivo, l’intervento riafferma l’idea che, in un contesto segnato da crisi economiche, sociali e ambientali, l’arte possa e debba assumere una funzione di responsabilità, agendo come dispositivo di presa di parola, di cura e di riappropriazione del bene comune...