2x1 (Extreme Reality Performance), Il caso di Giuseppe Puxeddu 2011

La vicenda di Giuseppe Pusceddu si iscrive in modo emblematico nel contesto del Sulcis-Iglesiente, a lungo indicato come una delle aree economicamente e socialmente più fragili d’Italia. Un territorio segnato dalla dismissione industriale, dalla perdita di migliaia di posti di lavoro, dallo spopolamento e da una progressiva rarefazione dei servizi sociali, in cui le forme di marginalità estrema non rappresentano eccezioni isolate, ma sintomi strutturali di una crisi profonda e prolungata.
Giuseppe Pusceddu, quarantacinque anni, disoccupato e affetto da gravi problemi di salute per i quali era seguito dal Centro di Igiene Mentale, viveva in una condizione di radicale esclusione abitativa e sociale. Privo di una casa, da oltre un anno e mezzo aveva trovato come unico rifugio lo sgabuzzino di una palazzina di edilizia popolare: uno spazio di appena due metri per uno e mezzo, privo di acqua, infestato dai topi, illuminato soltanto da una lampadina collegata alla rete elettrica grazie alla solidarietà degli inquilini dello stabile. Una coperta, posta all’ingresso, fungeva da tenda e da fragile soglia tra l’interno e l’esterno, tra una precarietà assoluta e il resto della città.
Quella sistemazione rappresentava una condizione indegna per qualsiasi essere umano e rendeva visibile, in forma quasi brutale, il fallimento dei dispositivi di tutela sociale in un territorio già duramente provato dalla crisi economica e occupazionale. Eppure, per lungo tempo, la situazione di Giuseppe era rimasta sostanzialmente invisibile, confinata in uno spazio residuale e in una zona d’ombra dell’amministrazione e del discorso pubblico. La sua disperazione non aveva trovato ascolto, fino a culminare in un tentativo di suicidio, sventato soltanto dall’intervento dei vicini, che avevano allertato carabinieri e vigili del fuoco.
Questo episodio fece emergere con forza una vicenda che non poteva più essere ignorata e che appariva, a tutti gli effetti, come una ferita aperta nel corpo sociale del territorio. Se è vero che l’emergenza abitativa nel Sulcis-Iglesiente è un problema strutturale, risulta tuttavia difficile giustificare l’assenza, per oltre un anno e mezzo, di una soluzione anche solo temporanea per un caso di tale gravità. La storia di Giuseppe divenne così il segno tangibile di una crisi più ampia, in cui la povertà materiale si intreccia con l’isolamento sociale e con l’insufficienza delle risposte istituzionali.
La svolta avvenne nel momento in cui Giuseppe decise di rendere pubblica la propria condizione, raccontando la sua storia attraverso le pagine de L’Unione Sarda e i microfoni di Videolina. La narrazione mediatica trasformò un dramma privato in una questione pubblica, rompendo il regime dell’invisibilità e aprendo uno spazio di responsabilità collettiva. È in questo contesto che intervenne il collettivo Giuseppefraugallery, che assunse la vicenda non come semplice caso umanitario, ma come materia di un’azione culturale e politica situata.
L’intervento del collettivo si inscrive coerentemente nella sua ricerca sul rapporto tra arte, territorio e conflitto sociale: anche in questo caso, l’arte non viene intesa come strumento di rappresentazione o di commento, ma come dispositivo di attivazione, capace di produrre visibilità, di mobilitare l’opinione pubblica e di sollecitare una presa di posizione istituzionale. La storia di Giuseppe Pusceddu diventa così un caso emblematico attraverso cui interrogare le condizioni di vita nel Sulcis-Iglesiente, mettendo in luce la distanza tra il discorso pubblico sulla crisi e la realtà concreta delle esistenze che quella crisi attraversano quotidianamente.
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GIUSEPPE PUSCEDDU, 45 anni, è senza lavoro e, a causa di problemi di salute, è seguito dai medici del Centro di igiene mentale. Non ha una casa e, da oltre un anno e mezzo, il suo unico rifugio è lo sgabuzzino di una palazzina popolare: uno spazio di due metri per uno e mezzo che Giuseppe deve condividere con i topi. Niente acqua, giusto una lampadina allacciata alla corrente grazie alla disponibilità degli inquilini della palazzina e una coperta messa all'ingresso che funge da tenda.








Sono qui, ancora alla casa Serena.. a sopportare le ingiurie che questa vita non sembra riuscire ad attenuare. Piove ovunque per me. Sono andato via da quello sgabuzzino freddo e allagato ... e ora mi ritrovo qui... ancora sotto un tetto piovoso. Per il momento ho spostato tutto... il letto, l'armadio; aspetto che qualcuno si faccia vivo domattina! Ma non sò più cosa fare. Mi sento isolato, allagato e dimenticato in tutto questo freddo. Il commissario è sparito... e la casa e nelle mani del troppi "me-ne-frego"! ... Non riesco più a sopportare di dover prendere le mille pastiglie per la mia depressione. Tutto questo è insopportabile, tutto questo è devastante!"
Epilogo (Natale 2011)
___________________________________________________________________________Le Extreme Reality Performance si configurano come una serie di interventi ideati e realizzati dal collettivo Giuseppefraugallery nel quadro di una ricerca più ampia sul rapporto tra arte, territorio e conflitto sociale nel Sulcis-Iglesiente, uno dei contesti più fragili dal punto di vista economico e sociale in Italia. Queste azioni non nascono come semplici eventi performativi, ma come dispositivi critici e situati, pensati per intervenire direttamente sulle vertenze che attraversano il territorio, tanto nella loro dimensione collettiva quanto in quella individuale.
In continuità con le esperienze maturate nelle lotte dei lavoratori ex Rockwool, nel progetto RockBus Museum e nelle diverse azioni di arte pubblica e di attivismo culturale, le Extreme Reality Performance assumono come materia dell’opera non un oggetto o una rappresentazione simbolica, ma la realtà stessa nella sua forma più esposta e vulnerabile. Il termine “reality” non rimanda qui a una messa in scena spettacolare del reale, bensì a un dispositivo che mette in tensione la pratica artistica con situazioni concrete di crisi, precarietà ed esclusione, rendendo l’intervento estetico inseparabile da una presa di posizione politica ed etica.
La dimensione “estrema” di queste performance non risiede tanto in una ricerca di spettacolarità, quanto nel grado di esposizione e di rischio che esse comportano: esposizione dei soggetti coinvolti, spesso portatori di storie di marginalità e di sofferenza; esposizione dell’artista e del collettivo, che rinunciano a una posizione di distanza o di neutralità; esposizione, infine, dello spazio pubblico e istituzionale, chiamato a confrontarsi con ciò che normalmente tende a rimuovere o a relegare ai margini del discorso sociale.
Le Extreme Reality Performance si articolano dunque come pratiche di intervento diretto nelle vertenze del territorio, non limitandosi ai conflitti strutturati e collettivi — come quelli legati al lavoro, alla dismissione industriale o alle emergenze ambientali — ma estendendosi anche a situazioni individuali, in cui la crisi assume forme intime e biografiche, come nel caso di Giuseppe Pusceddu. In questo senso, il collettivo rifiuta una gerarchia tra grande e piccolo, tra politico e personale, assumendo entrambe le dimensioni come ugualmente rilevanti e intrecciate nella produzione della realtà sociale.
Dal punto di vista teorico e curatoriale, queste pratiche possono essere lette come una forma di arte pubblica critica e di attivismo culturale situato, in cui l’opera coincide con un processo di attivazione, di visibilità e di costruzione di uno spazio di confronto. L’azione artistica non si limita a rappresentare un problema, ma lo attraversa, lo abita e lo rende condivisibile, trasformando il pubblico da spettatore in testimone e, potenzialmente, in soggetto coinvolto.
In questo quadro, le Extreme Reality Performance mettono in discussione anche i confini tradizionali del sistema dell’arte, spostando l’asse della produzione artistica dagli spazi protetti dell’istituzione verso i luoghi della crisi e del conflitto. La pratica di Giuseppefraugallery si configura così come una forma di ricerca che utilizza l’arte come strumento di interrogazione del reale, di critica delle strutture di potere e di costruzione di immaginari alternativi, in un territorio segnato dalla frammentazione sociale prodotta dai processi del capitalismo contemporaneo.
Più che una serie di opere, le Extreme Reality Performance possono essere intese come un campo di sperimentazione etica ed estetica, in cui la nozione stessa di performance viene ridefinita come pratica di responsabilità, di prossimità e di esposizione condivisa. In questo senso, esse rappresentano uno dei momenti più radicali della ricerca del collettivo, perché assumono il rischio di misurarsi con la realtà non come sfondo o tema, ma come materiale vivo, conflittuale e irriducibile a una semplice forma di rappresentazione.

















