Eleonora Di Marino "Ad una Piazza" - RELAZIONI INTERPERSONALI (a cura di Angel Moya Garcia ) Tenuta Dello Scompiglio, Vorno (Lucca)


Eleonora Di Marino – Ad una Piazza
nell’ambito di
RELAZIONI INTERPERSONALI (a cura di Ángel Moya Garcia)
Tenuta Dello Scompiglio, Vorno (Lucca)

Ad una Piazza di Eleonora Di Marino (collettivo Giuseppefraugallery) si colloca nel solco di una ricerca che assume la relazione come materia e come metodo, e che interroga il modo in cui l’opera d’arte può diventare un dispositivo pubblico capace di attivare parola, responsabilità e partecipazione. Presentata all’interno del progetto RELAZIONI INTERPERSONALI, a cura di Ángel Moya Garcia, presso la Tenuta Dello Scompiglio, l’opera si configura come una struttura essenziale ma densamente carica di implicazioni politiche e simboliche: un palco-soppalco dotato di megafono, concepito affinché chiunque possa utilizzarlo.

Non si tratta, tuttavia, di un semplice elemento scenografico o di un arredo funzionale, ma di una piattaforma di enunciazione e di convocazione. L’opera mette a disposizione uno spazio elevato — e dunque visibile — e un dispositivo di amplificazione della voce, generando le condizioni materiali per un’azione collettiva: adunare una piazza attorno alle emergenze politiche, economiche, sociali e antropologiche che attraversano un territorio. In questo senso, Ad una Piazza non rappresenta la piazza: la rende possibile, predisponendo un luogo di assemblaggio e un’infrastruttura minima per la produzione di un discorso pubblico.

La scelta del megafono è cruciale: strumento storico di protesta e di mobilitazione, esso porta con sé una genealogia di pratiche di attivazione sociale, ma al tempo stesso espone il soggetto che parla a una responsabilità immediata. Chi prende la parola non si limita a “usare” l’opera: la compie. L’opera esiste pienamente soltanto nell’atto della sua attivazione, nel momento in cui qualcuno accetta di occupare quel punto di visibilità e di rischio. La dimensione performativa, dunque, non è affidata a un performer incaricato, ma viene consegnata a un pubblico potenzialmente agente: Ad una Piazza funziona come un dispositivo che redistribuisce i ruoli, trasformando lo spettatore in possibile enunciatore, e spostando la fruizione verso una pratica di assunzione e di esposizione.

Sotto il profilo teorico, l’opera può essere letta come una forma di arte pubblica critica e di dispositivo relazionale, in cui la relazione non è un “tema” ma una condizione strutturale. L’intersoggettività non è data, né è garantita: è una scelta. L’opera non produce automaticamente comunità, ma offre un campo di possibilità in cui la comunità può costituirsi — anche solo temporaneamente — attorno a una questione condivisa. Da qui la dimensione politica dell’opera: la “rivoluzione” non è enunciata come promessa retorica, ma come opzione che viene messa in campo nella misura in cui qualcuno decide di prendere parola, convocare, esporsi e, soprattutto, ascoltare e farsi ascoltare.

In questo senso, Ad una Piazza si inserisce coerentemente nel più ampio percorso dell’artista, segnato da pratiche situate che mettono in tensione arte e realtà, estetica e responsabilità, istituzione culturale e urgenze del presente. Il lavoro non produce un oggetto concluso, ma una infrastruttura minima di partecipazione, una soglia tra individuale e collettivo, tra desiderio e azione. La piazza evocata nel titolo non è soltanto uno spazio urbano, ma una figura politica: il luogo in cui i corpi si raccolgono, in cui la parola circola, in cui le differenze entrano in relazione, e in cui può emergere — anche solo come potenzialità — una forma di intelligenza collettiva.

Adunare la piazza per non dormire sui propri sogni” diventa così la formula che sintetizza la posta in gioco dell’opera: impedire che il desiderio di trasformazione si riduca a aspirazione privata o a retorica, e riaprire invece la possibilità di una presenza pubblica, di una presa di parola, di un gesto condiviso. Ad una Piazza non offre soluzioni, ma riattiva una domanda fondamentale: chi parla, per chi, e in quale spazio? E soprattutto: quali condizioni servono perché un territorio possa tornare a immaginarsi come comunità politica e non soltanto come somma di individui?













"Lo Schema di Johari, inventato nel 1955 da Joseph Luft e Harry Ingham, è collegato principalmente ad aspetti di comunicazione interpersonale. Esso prova a definire le relazioni interpersonali tra gli individui in quattro quadranti basati su due dimensioni.
Mentre nella dimensione orizzontale si misura il grado di conoscenza che la persona ha di se stesso, la misura verticale si riferisce invece al grado di conoscenza che gli altri hanno del soggetto.
La combinazione di queste due dimensioni porta all'identificazione di quattro aree: "Arena" o area pubblica, rappresenta le informazioni che sono note sia al soggetto che agli altri; "Facciata" o area privata, comprende le informazioni che la persona conosce di sé ma che gli altri ignorano; "Punto Cieco" o area cieca, le informazioni sulla persona sono note agli altri, ma non alla persona stessa; infine "Ignoto" o area dell'inconscio che rappresenta le informazioni sconosciute sia al soggetto che agli altri."  (Angel Moya Garcia )