Eleonora Di Marino - Opera io (2° capitolo) Bonifiche 2011




Eleonora Di Marino – Opera io (2° capitolo). Bonifiche (2011).

Il secondo capitolo di Opera io, intitolato Bonifiche (2011), si colloca nel cuore delle vertenze ambientali che attraversano il Sulcis-Iglesiente, territorio segnato da una lunga storia di estrazione mineraria, dismissioni industriali e conseguenti emergenze ecologiche. Se il primo capitolo del progetto aveva messo al centro il rapporto tra lavoro, identità e riconversione economica, Bonifiche sposta l’asse dell’intervento verso la dimensione ambientale, assumendo il paesaggio ferito come luogo simbolico e materiale di una nuova forma di lotta e di immaginazione politica.

L’azione prende avvio da un gesto insieme semplice e fortemente carico di valore simbolico: l’artista dipinge a mano una serie di bandiere dell’Unione Europea, all’interno delle quali vengono tracciati i confini del Sulcis-Iglesiente-Guspinese. Questo slittamento iconografico — che innesta una geografia periferica dentro l’emblema politico e istituzionale dell’Europa — produce un cortocircuito visivo e concettuale: il territorio, spesso percepito come marginale e sacrificabile, viene reinscritto in un orizzonte sovranazionale di diritti, responsabilità e possibilità di futuro.

Le bandiere non restano oggetti statici, ma diventano strumenti performativi di attraversamento. Lo stendardo viaggia fisicamente attraverso i luoghi della dismissione: i siti minerari abbandonati, le discariche tossiche, i paesaggi compromessi da decenni di sfruttamento e di incuria. In questo percorso, l’azione incontra di volta in volta i testimoni di quell’epoca — ex minatori, abitanti, lavoratori, tecnici — ma anche le competenze e le professionalità chiamate a immaginare e praticare il suo superamento: esperti di bonifiche, amministratori, operatori ambientali, attivisti.

Il progetto assume così la forma di una geografia performativa della crisi e della possibilità. La bandiera diventa il segno mobile di un desiderio di riconversione che attraversa non solo i 113 siti minerari dismessi del territorio, ma anche le manifestazioni per l’ambiente e per lo sviluppo, così come gli incontri istituzionali e i momenti di confronto pubblico. Emblematico, in questo senso, è l’atto performativo della consegna della bandiera al sindaco di Torino in occasione di Artissima18: un gesto che trasferisce simbolicamente la vertenza ambientale del Sulcis-Iglesiente nel cuore del sistema dell’arte contemporanea e del discorso pubblico nazionale, trasformando l’opera in un vettore di interlocuzione politica.

Dal punto di vista curatoriale, Opera io (2° capitolo). Bonifiche può essere letto come una forma di arte pubblica critica e di attivismo culturale situato, in continuità con le Extreme Reality Performance del collettivo Giuseppefraugallery. L’opera non produce un oggetto da contemplare, ma un processo di attraversamento, di relazione e di negoziazione tra corpi, luoghi, istituzioni e memorie. La performance diventa qui uno strumento per rendere visibile ciò che spesso resta relegato ai margini del discorso pubblico: la persistenza materiale e simbolica delle ferite ambientali e la necessità di pensare la bonifica non solo come riparazione tecnica, ma come atto politico e culturale di rifondazione del territorio.

In questo senso, la bandiera di Opera io non è soltanto un emblema, ma un dispositivo di proiezione: essa incarna un sogno di riconversione che attraversa paesaggi compromessi e comunità ferite, e che tenta di trasformare la memoria dello sfruttamento in progetto di futuro. L’opera si colloca così in uno spazio di tensione tra passato industriale e possibilità di rinascita, tra responsabilità locali e orizzonti europei, riaffermando l’idea che la cultura — e in particolare l’arte — possa agire come infrastruttura critica nei processi di risignificazione ambientale, sociale ed economica di un territorio.






__________________________________________________________________________________

Azione n. 1: Piccalinna, bacino di decantazione – Macro Area Montevecchio Levante (Guspini)
Testimonial: Iride Peis, scrittrice ed ex maestra elementare a Montevecchio

L’Azione n. 1 del progetto Opera io (2° capitolo). Bonifiche si colloca nella Macro Area di Montevecchio Levante, uno dei contesti più emblematici e critici del patrimonio minerario dismesso del Sulcis-Iglesiente. Qui, la lunga storia dell’estrazione e del trattamento dei minerali ha prodotto non solo un paesaggio industriale residuale, ma anche una stratificazione di emergenze ambientali che continuano a incidere profondamente sugli ecosistemi e sulle attività umane.

Il nodo principale di questa area è rappresentato dall’impianto di trattamento mineralurgico della miniera, la Laveria Principe Tomaso, situata a est dell’omonimo abitato. Nel corso della sua attività, la laveria ha trattato i minerali provenienti dai cantieri di Sciria, Mezzana, Piccalinna e Sant’Antonio, oltre a una parte significativa del materiale estratto dalle coltivazioni occidentali. I residui di lavorazione sono stati conferiti prevalentemente nel bacino di decantazione di Levante, che ospita oggi circa 4,3 milioni di metri cubi di fanghi minerari.

Durante il periodo di esercizio, il bacino è stato più volte aperto, riversando materiali contaminati nell’alveo del Rio Sitzerri, che li ha trasportati per diversi chilometri fino alla foce nello Stagno di San Giovanni. Le conseguenze di questo processo sono ancora oggi chiaramente visibili e quantificabili: i residui minerari risultano distribuiti lungo l’alveo del corso d’acqua per almeno 16 chilometri a partire dal bacino degli sterili, con accumuli di notevole estensione nelle zone pianeggianti. L’area complessiva interessata è stimata in circa 2,7 milioni di metri quadrati, per un volume di materiali contaminati di circa 1,6 milioni di metri cubi.

A ciò si aggiunge la dispersione dei fini di trattamento nel suolo, che ha interessato una superficie stimata in almeno 1,3 milioni di metri quadrati, determinando un processo di vera e propria desertificazione delle piane agricole a valle del bacino di Levante. Questo fenomeno ha compromesso in modo strutturale le attività produttive agricole e zootecniche, producendo una frattura profonda nel rapporto tra comunità e territorio. Parallelamente, si è verificata una contaminazione significativa dei sedimenti dello Stagno di San Giovanni, un’area in cui sono presenti peschiere e allevamenti di mitili, con evidenti ricadute anche sulla filiera economica e alimentare locale.

Un ulteriore elemento di criticità è rappresentato dalle acque acide provenienti dal bacino degli sterili e dalle gallerie minerarie adiacenti, che mettono in soluzione i contaminanti metallici e li trasportano lungo il corso del Rio Sitzerri fino alla foce. Questo processo continuo di mobilizzazione degli inquinanti rende la contaminazione non solo un’eredità del passato industriale, ma una dinamica ancora attiva, che prolunga nel presente gli effetti dello sfruttamento minerario.

All’interno di questo scenario, l’intervento artistico assume una funzione che va oltre la semplice testimonianza. La presenza di Iride Peis, scrittrice ed ex maestra elementare a Montevecchio, come testimonial dell’azione, introduce una dimensione narrativa e memoriale che intreccia la conoscenza tecnica del disastro ambientale con la memoria vissuta delle comunità locali. La sua figura incarna una soglia tra sapere esperienziale, responsabilità civile e trasmissione culturale, rendendo evidente come la questione delle bonifiche non sia soltanto un problema ingegneristico o amministrativo, ma un nodo profondamente umano, educativo e simbolico.

Dal punto di vista curatoriale, questa azione può essere letta come un dispositivo di riattivazione critica del paesaggio: il sito non è trattato come semplice sfondo, ma come materia stessa dell’opera. In continuità con l’impianto di Opera io (2° capitolo). Bonifiche, l’intervento trasforma un luogo di accumulazione tossica in uno spazio di visibilità, di racconto e di interrogazione pubblica. La performance e l’azione situata diventano strumenti per rendere percepibile la scala del danno, per restituire complessità a un territorio spesso ridotto a cifra statistica o a problema tecnico, e per inscrivere la questione delle bonifiche in un orizzonte politico e culturale più ampio.

In questo senso, l’Azione n. 1 a Piccalinna e nella Macro Area Montevecchio Levante si configura come un atto di presa in carico simbolica e critica di uno dei nodi ambientali più drammatici del Sulcis-Iglesiente. Essa riafferma l’idea che la bonifica non possa essere pensata soltanto come operazione di risanamento materiale, ma debba essere accompagnata da un lavoro sulla memoria, sulla responsabilità e sull’immaginazione di un futuro possibile, in cui il territorio non sia più soltanto archivio di scarti e di danni, ma spazio di progetto, di cura e di riconversione.









__________________________________________________________________________________

Azione n. 2: Rio Rosso (rio Irvi), Località Casargiu (Pozzo Fais) – Macro Area Montevecchio Ponente (Guspinese)
Testimonial: Bruno Concas, medico minerario in pensione

L’Azione n. 2 del progetto Opera io (2° capitolo). Bonifiche si colloca nella Macro Area di Montevecchio Ponente, in località Casargiu, nei pressi del Pozzo Fais, e prende come fulcro uno dei fenomeni più emblematici e drammatici dell’eredità mineraria del territorio: il cosiddetto “Rio Rosso”, ovvero il tratto del Rio Irvi che, a seguito della dismissione delle attività estrattive, è diventato veicolo permanente di contaminazione ambientale.

Nel 1991, con la chiusura dell’ultimo cantiere di galleria e il conseguente distacco del sistema di pompe di eduzione, si è interrotto il complesso equilibrio artificiale che per decenni aveva tenuto sotto controllo le acque di falda presenti nelle profondità della miniera. L’acqua, trovando uno sbocco libero verso l’esterno, ha iniziato a risalire lungo circa 160 metri di gallerie fino a fuoriuscire al livello del piano stradale, dando origine a un flusso continuo e visibile. Questo processo, tipico dei contesti minerari dismessi, ha trasformato un’infrastruttura sotterranea in una sorgente permanente di inquinamento superficiale.

Il corso d’acqua che ne deriva si presenta con un innaturale colore rosso, dovuto all’elevatissima concentrazione di cadmio, zinco, piombo e di altri metalli pesanti disciolti in soluzione. Proprio per questa caratteristica cromatica e per la sua evidente alterità rispetto al paesaggio circostante, il Rio Irvi è stato ribattezzato dalla popolazione locale “Rio Rosso”: un nome che traduce in forma immediatamente percepibile una condizione di pericolo chimico e biologico, rendendo visibile ciò che spesso resta confinato nei dati tecnici e nei report specialistici.

Il Rio Rosso, congiungendosi con il Rio Piscinas, prosegue il suo percorso fino a raggiungere il mare attraverso la foce, estendendo così il potenziale impatto della contaminazione a un’area molto più ampia, che include anche zone sensibili dal punto di vista produttivo ed ecologico, come quelle destinate alle coltivazioni ittiche. In questo modo, l’inquinamento non rimane circoscritto al sito minerario dismesso, ma si trasforma in un problema territoriale diffuso, che mette in discussione la sicurezza ambientale, alimentare e sanitaria di un intero ecosistema.

All’interno di questo scenario, la presenza di Bruno Concas, medico minerario in pensione, in qualità di testimonial dell’azione, assume un valore particolarmente significativo. La sua figura incarna una memoria tecnica e umana al tempo stesso: quella di chi ha conosciuto il sistema minerario dall’interno, ne ha osservato gli effetti sui corpi dei lavoratori e oggi può leggere, con competenza e consapevolezza critica, le conseguenze sanitarie e ambientali della sua dismissione non governata. La sua testimonianza introduce così una dimensione di continuità tra passato industriale, presente della crisi ambientale e necessità di una responsabilità futura.

Dal punto di vista curatoriale, l’Azione n. 2 può essere interpretata come un dispositivo di rivelazione del paesaggio contaminato. In linea con l’impianto di Opera io (2° capitolo). Bonifiche, l’intervento non si limita a segnalare un problema, ma costruisce una situazione in cui il luogo stesso diventa spazio di narrazione, di consapevolezza e di interrogazione pubblica. Il corso d’acqua, con il suo colore innaturale e la sua traiettoria verso il mare, viene assunto come una sorta di “linea di scrittura” del danno ambientale: una traccia visibile che attraversa il territorio e ne rende leggibile la storia di sfruttamento e di abbandono.

In questo senso, l’azione sul Rio Rosso si inserisce in una più ampia riflessione sulla bonifica come processo non solo tecnico, ma culturale e politico. Rendere visibile la contaminazione, nominare i luoghi, ascoltare le voci di chi ne conosce la storia e gli effetti, significa sottrarre questi paesaggi alla naturalizzazione del disastro e riportarli nel campo della responsabilità collettiva. L’Azione n. 2 contribuisce così a costruire una cartografia critica delle ferite ambientali del Sulcis-Iglesiente, trasformando un flusso tossico apparentemente “normale” in un segno interrogante, capace di chiamare in causa istituzioni, comunità e immaginari sul futuro possibile del territorio.




__________________________________________________________________________________

Azione n. 3: Galleria Anglosarda (Pozzo Sant’Antonio) – Macro Area Montevecchio Levante (Guspinese)
Testimonial: Luciano Pintus e Angelo Aresti, dipendenti IGEA e guide del sito

L’Azione n. 3 del ciclo Opera io (2° capitolo). Bonifiche si colloca nella Macro Area Montevecchio Levante, presso la Galleria Anglosarda (Pozzo Sant’Antonio), uno dei luoghi più densi, dal punto di vista storico e simbolico, dell’archeologia mineraria del Guspinese. In questo contesto l’intervento di Eleonora Di Marino non si concentra su un singolo episodio di contaminazione “spettacolare” o immediatamente percepibile, ma lavora su una dimensione più sottile e strutturale: la relazione tra memoria industriale, dispositivi di visibilità e processi di riconversione, ovvero il modo in cui un territorio dismesso può essere raccontato, attraversato e trasformato senza essere neutralizzato in pura narrazione patrimoniale.

La Galleria Anglosarda è, per sua natura, uno spazio di soglia: luogo sotterraneo che custodisce stratificazioni di lavoro, fatica e rischio; infrastruttura tecnica che, una volta chiusa la produzione, si riconverte in spazio di visita, mediazione e memoria. È proprio in questa ambivalenza — tra funzione estrattiva e funzione testimoniale, tra storia del lavoro e turismo culturale, tra abbandono e recupero — che l’azione si inserisce, interrogando criticamente le condizioni attraverso cui un sito minerario può diventare oggi una risorsa culturale senza rimuovere le contraddizioni della sua eredità.

In coerenza con l’impianto di Bonifiche, l’azione assume il sito non come semplice scenario, ma come materia stessa dell’opera: un luogo in cui la bonifica non coincide soltanto con eventuali interventi materiali, ma include una bonifica simbolica e discorsiva, cioè la necessità di ricostruire una relazione pubblica con la memoria mineraria, con le sue ferite e con le sue possibili trasformazioni. La bandiera di Opera io, nel suo attraversamento dei luoghi della dismissione, agisce qui come dispositivo di marcatura e di proiezione: non un segno celebrativo, ma un emblema mobile che insiste sull’urgenza di riconvertire il territorio attraverso la cultura, assumendo l’archeologia industriale come infrastruttura critica e non come semplice repertorio estetico.

Determinante, in questa azione, è la presenza dei due testimonial: Luciano Pintus e Angelo Aresti, dipendenti IGEA e guide presso il sito. La loro figura introduce una dimensione cruciale nel progetto: quella delle competenze tecniche e della mediazione culturale come pratiche di “cura” del territorio. Pintus e Aresti non sono soltanto operatori di un ente, ma soggetti che incarnano un sapere situato, capace di tenere insieme conoscenza storica, memoria del lavoro e responsabilità verso la fruizione contemporanea del luogo. In tal senso, la loro testimonianza trasforma l’azione in un incontro tra pratiche artistiche e pratiche di gestione/interpretazione del patrimonio, evidenziando che ogni processo di riconversione passa inevitabilmente attraverso le professionalità che rendono possibile l’accesso, la lettura e la trasmissione dei siti dismessi.

Dal punto di vista curatoriale, l’Azione n. 3 può essere interpretata come un dispositivo di museologia situata: invece di trasferire la memoria del lavoro in uno spazio neutro e istituzionale, l’intervento la mantiene nel luogo stesso della sua produzione, valorizzando l’esperienza dell’attraversamento e la complessità della stratificazione. La Galleria Anglosarda diventa così non un “museo” nel senso tradizionale, ma un campo di negoziazione tra passato e presente, tra visibilità e rimozione, tra valorizzazione culturale e rischio di spettacolarizzazione.

Questa azione interroga implicitamente anche un nodo politico centrale per il Sulcis-Iglesiente: che cosa significa oggi “valorizzare” un sito minerario? In che modo la trasformazione del patrimonio industriale in risorsa culturale può produrre ricadute reali — sociali, formative, economiche — senza ridursi a un’operazione di immagine? In questa prospettiva, la presenza di IGEA e delle sue figure operative viene letta non come mera cornice istituzionale, ma come parte integrante del problema e della possibilità: la riconversione del territorio richiede infatti un’infrastruttura di competenze, manutenzione, accessibilità e progettualità continuativa.

L’Azione n. 3, dunque, non si limita a “visitare” un luogo, ma lo attiva come spazio critico in cui la bonifica si declina anche come ri-articolazione di senso. Il sito diventa una soglia attraverso cui ripensare il rapporto tra memoria industriale e contemporaneità, tra patrimonio e futuro, riaffermando la tesi di fondo di Opera io (2° capitolo). Bonifiche: la cultura può agire come infrastruttura critica nei processi di risignificazione ambientale e sociale, ma solo se è capace di attraversare i luoghi della crisi senza addomesticarli, mantenendo aperta la tensione tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora diventare.






__________________________________________________________________________________

Azione n. 4: Discarica mineraria presso la Macro Area della Valle del Rio San Giorgio (Bindua – Iglesias)
Testimonial: Gabriele Vargiu, nato a Bindua, ex minatore e perito minerario, fotografo; oggi impegnato nell’attuazione delle bonifiche ambientali per l’ente regionale IGEA.

L’Azione n. 4 del ciclo Opera io (2° capitolo). Bonifiche si svolse nei pressi della Macro Area della Valle del Rio San Giorgio, in prossimità di Campo Pisano (Iglesias), assumendo come campo operativo una discarica mineraria: uno dei luoghi più radicali e meno “rappresentabili” dell’eredità industriale del Sulcis-Iglesiente. Se altri siti del patrimonio estrattivo possono essere riconvertiti in spazi di visita e di narrazione patrimoniale, la discarica insiste come zona opaca, come residuo che eccede la monumentalizzazione e resiste a ogni tentazione estetizzante. È, in senso proprio, il luogo dello scarto: ciò che il ciclo produttivo ha depositato sul territorio e che continua a produrre effetti materiali e simbolici nel presente.

In questo contesto, l’intervento performativo di Eleonora Di Marino si configurò come un dispositivo di visibilizzazione e di presa in carico critica. La discarica non venne assunta come semplice sfondo, ma come materia dell’azione: un paesaggio di accumulo in cui la dismissione non coincide con la fine del danno, bensì con la sua persistenza. Il deposito minerario, infatti, non è un resto neutro: interagisce con il suolo e con le acque, sedimenta nel tempo, modifica gli ecosistemi, genera percezioni di rischio e produce, anche sul piano dell’immaginario collettivo, una forma di “normalizzazione” della contaminazione. L’azione mise in discussione proprio questa normalizzazione, riaprendo la domanda pubblica sulla responsabilità e sulla possibilità di trasformazione.

Elemento decisivo dell’Azione n. 4 fu la presenza del testimonial Gabriele Vargiu, figura particolarmente significativa perché capace di condensare, in un’unica biografia, più livelli di esperienza e di competenza. Nato a Bindua, Vargiu aveva lavorato nel settore minerario come perito minerario, portando con sé una conoscenza tecnica diretta dei processi estrattivi e delle loro conseguenze. Parallelamente, la sua pratica fotografica gli consentiva di tradurre quella conoscenza in uno sguardo capace di produrre visibilità, selezionare dettagli, costruire tracce, articolare una memoria non astratta ma situata. Infine, il suo ruolo contemporaneo all’interno di IGEA, ente regionale impegnato nell’attuazione delle bonifiche ambientali, lo collocava nel cuore delle pratiche di risanamento: non più (o non solo) nel tempo dell’estrazione, ma nel tempo della riparazione e della responsabilità istituzionale.

Questa stratificazione rende la figura di Vargiu paradigmatica per l’impianto concettuale di Bonifiche: egli rappresenta il passaggio — tutt’altro che lineare — dal lavoro che ha prodotto il paesaggio industriale al lavoro che deve oggi ripararlo, e mostra come la bonifica non sia un’operazione puramente tecnica, bensì un processo carico di implicazioni sociali, politiche ed etiche. La sua testimonianza mise in evidenza che le bonifiche non sono semplicemente interventi “sui materiali”, ma pratiche che chiamano in causa relazioni di fiducia (o di diffidenza) tra comunità e istituzioni, e che richiedono una traduzione pubblica dei saperi: rendere comprensibile ciò che spesso resta confinato nei linguaggi specialistici.

Dal punto di vista curatoriale, l’Azione n. 4 può essere letta come una forma di arte pubblica critica e di museologia situata, in cui il “museo” non è uno spazio separato, ma un territorio attraversato da conflitti, memorie e responsabilità. La discarica mineraria diventa un anti-monumento: non un oggetto di celebrazione, ma un luogo che obbliga a interrogare i costi del modello industriale e i suoi effetti di lunga durata. In questo senso, l’azione si iscrive in un approccio che concepisce la bonifica anche come operazione culturale: un lavoro di riarticolazione di senso, di riappropriazione dello spazio pubblico e di trasformazione dell’immaginario del territorio.

L’intervento a Bindua insistette inoltre su un punto cruciale per il Sulcis-Iglesiente: la riconversione non può essere concepita come semplice “valorizzazione” estetica del patrimonio, né come sostituzione rapida di un’economia con un’altra. Essa implica l’attraversamento dei luoghi più problematici — quelli che non si prestano a narrazioni consolatorie — e il riconoscimento che il futuro del territorio passa anche dalla capacità di nominare lo scarto, di renderlo visibile, di assumerlo come responsabilità collettiva.

In questo quadro, l’Azione n. 4 contribuì a costruire una cartografia critica delle emergenze ambientali del Sulcis, ponendo la discarica non ai margini, ma al centro del discorso: come punto in cui si intrecciano memoria del lavoro, vulnerabilità ambientale, competenza tecnica e possibilità di un nuovo patto tra comunità e istituzioni. Un’azione che, coerentemente con Opera io. Bonifiche, riaffermò l’idea che la cultura e l’arte possano agire come infrastrutture critiche, non per “risolvere” il problema al posto della politica, ma per renderlo condivisibile, leggibile e non più rimuovibile.





L'origine della discarica





__________________________________________________________________________________



____________________________________________________________________________________

Azione n. 5: Albergo Sartori – “Albergo Operaio”

L’Azione n. 5 del ciclo Opera io (2° capitolo). Bonifiche si concentra su un nodo emblematico del patrimonio archeo-industriale del territorio: l’Albergo Sartori, noto storicamente come “Albergo Operaio”. In questo caso, l’intervento di Eleonora Di Marino sposta l’attenzione dalle ferite ambientali in senso stretto verso una dimensione complementare e inseparabile: la bonifica simbolica e socio-culturale dei luoghi, intesa come riattivazione critica delle architetture della produzione e delle infrastrutture della vita operaia.

L’edificio, inaugurato nel 1942 in piena epoca fascista — con una cerimonia riconducibile alla retorica istituzionale del regime e alla figura di Mussolini — era stato progettato per ospitare gli operai scapoli, costituendo uno dei dispositivi attraverso cui l’organizzazione del lavoro minerario e industriale si estendeva alla sfera del quotidiano, della disciplina e dell’abitare. L’Albergo Operaio non rappresentava dunque soltanto un servizio logistico, ma un elemento strutturale di quell’ecosistema produttivo che, nel Sulcis-Iglesiente, ha modellato in modo profondo l’assetto urbano, i comportamenti sociali e le forme della comunità.

Oggi l’edificio versa in stato di disuso, sospeso tra abbandono materiale e rimozione simbolica: una condizione tipica di molte architetture del lavoro nel territorio, che rischiano di essere percepite come relitti inutilizzabili, o peggio come vuoti inevitabili, anziché come risorse riattivabili. È in questa zona di sospensione che l’azione interviene: la bandiera di Opera io viene affissa sull’edificio come segnale, marcatura e dichiarazione pubblica della possibilità di una riconversione. Il gesto non è ornamentale né celebrativo, ma performativo: trasforma l’atto di “segnalare” in una presa di posizione, introducendo nello spazio un’ipotesi progettuale e un orizzonte di futuro.

Affiggere la bandiera significa, in primo luogo, rendere visibile un luogo che l’abbandono tende a sottrarre allo sguardo e al discorso pubblico; significa inoltre risignificare un’architettura nata all’interno di un regime politico e di un sistema produttivo ormai collassato, riconducendola a una possibile funzione contemporanea. In questa prospettiva, la riconversione non viene proposta come semplice recupero edilizio, ma come trasformazione culturale: un processo capace di interrogare la memoria del lavoro, di ridiscutere l’eredità ideologica delle infrastrutture del Novecento e di reinserire questi spazi dentro una nuova economia della cultura e della cura territoriale.

Dal punto di vista curatoriale, l’Azione n. 5 può essere letta come un dispositivo di critica del patrimonio e di museologia situata: l’Albergo Sartori non viene trattato come un bene da conservare in senso passivo, ma come un corpo architettonico da riattivare, un luogo in cui il passato industriale è ancora leggibile e, proprio per questo, contestabile e trasformabile. La bandiera agisce qui come “strumento di progetto”: una soglia simbolica che suggerisce una possibilità di uso, un cambio di destinazione, un passaggio dall’abbandono alla funzione.

All’interno del quadro delle vertenze del Sulcis-Iglesiente, questa azione evidenzia un punto centrale: la bonifica non riguarda soltanto suoli contaminati, fanghi minerari o acque acide, ma anche il destino delle infrastrutture sociali del lavoro e la loro capacità di diventare spazi di nuova cittadinanza. In tal senso, l’Albergo Operaio diventa un caso paradigmatico: da luogo dell’organizzazione disciplinare della forza lavoro a possibile infrastruttura culturale — laboratorio, foresteria per residenze, spazio di ricerca, presidio di comunità — capace di connettere memoria, produzione culturale e sviluppo sostenibile.

L’Azione n. 5, dunque, non si limita a “marcare” un edificio, ma apre un campo di interrogazione: che cosa significa oggi riconvertire un’architettura nata per sostenere l’industria e il controllo sociale? Quali pratiche culturali possono restituirle senso senza neutralizzarne la storia? E in che modo la cultura può operare come dispositivo di rigenerazione reale, evitando tanto la retorica museale quanto la spettacolarizzazione del patrimonio?

In questo gesto minimo e insieme denso — la bandiera affissa su un’architettura dismessa —  ribadisce la propria postura: trasformare la memoria dello sfruttamento e dell’abbandono in materia progettuale, facendo della cultura una infrastruttura critica capace di produrre immaginari e, potenzialmente, nuove economie del territorio.








________________________________________________________________________

Sit-in per le bonifiche


da L'UNIONE SARDA di Sabato 15 ottobre 2011

Ieri mattina sit-in degli ambientalisti del Sulcis davanti alla sede della Provincia / Fronte contro l'inquinamento: sotto accusa la discarica Carbosulcis e la Portovesme srl.

Comitati civici e associazioni ambientaliste chiedono maggiori controlli, monitoraggio dell'aria e bonifiche ambientali. I manifestanti hanno incontrato l'assessore Carla Cicilloni.
C 'è chi chiede maggiori controlli ambientali, chi vorrebbe uno screening sanitario e chi invoca le bonifiche per provare a voltare pagina: ieri mattina, davanti alla sede della Provincia in via Argentiera, movimenti civici ed associazioni ambientaliste si sono dati appuntamento per un sit- in sull'emergenza ambientale nel Sulcis. Cartelli, striscioni (da Mortovesme a Gli indignati di Nuraxi Inquinus ), bandiere e tanta voglia di far parlare di ambiente e salute.
LA PROTESTA I primi ad arrivare sono i “Carlofortini preoccupati”. «Nella nostra isola non c'è nemmeno una centralina di monitoraggio per le sostanze inquinanti - dice Salvatore Parodo - perché noi non rientriamo nell'area ad alto rischio, eppure davanti a noi ci sono le ciminiere di Portovesme: è ovvio che con particolari condizioni di vento, le emissioni arrivino anche a Carloforte. Vogliamo solo sapere cosa respiriamo».
Gli ambientalisti a Carloforte sono davvero preoccupati, tanto da aver commissionato analisi a proprie spese. « I risultati sono sconcertanti - dice Salvatore Casanova - ad esempio abbiamo i valori di cadmio 32 volte superiori alla norma». Anche Nuraxi Figus ha la sua emergenza e infatti ieri mattina le bandiere dell'associazione Adiquas erano in prima fila. «Dal '93, quando è stata istituita l'area ad alto rischio, fino ad oggi ben poco è stato fatto - dice Giancarlo Ballisai, presidente dell'associazione di Nuraxi- abbiamo tante potenzialità nel turismo, nell'agricoltura, ma le bonifiche non partono». Nella frazione gonnesina si contesta in particolare l'innalzamento della discarica Carbosulcis deliberato dalla Regione qualche mese fa.
ANALISI DI LABORATORIO «Vogliamo chiarezza sulle analisi fornite dalla Carbosulcis in seguito ai superamenti - dice Manuela Piras - anche l'Arpas ha messo in discussione il metodo utilizzato e poi sono state eseguite dal responsabile di un laboratorio, indagato per traffico di rifiuti nel processo. Vorremmo chiarezza». Maggiori controlli sulle emissioni chiedono anche da Cortoghiana: «Noi siamo vicinissimi alla discarica della Carbosulcis - dice Adriano Stagno, del Comitato di quartiere - eppure non c'è una centralina a monitorare l'aria». Nel sit-in c'era anche Angelo Cremone, consigliere provinciale di Portoscuso. «Può sembrare una contraddizione - dice Cremone - ma ci sono cose con cui non sono d'accordo: ad esempio i controlli sui fumi di acciaieria, gestiti completamente dalla Portovesme srl che è controllore e controllata». Tra striscioni e cartelli ironici e pungenti spunta anche una bandiera unica nel suo genere: è il Sulcis raffigurato sulla bandiera europea, una creazione degli artisti del collettivo Giuseppefraugallery.
GLI ARTISTI «Non siamo voluti mancare perché siamo presenti in tutte le manifestazioni in cui si promuove lo sviluppo del Sulcis». Dopo il sit-in i manifestanti hanno incontrato l'assessore provinciale all'Ambiente Carla Cicilloni. « Ci siamo confrontati chiarendo alcuni aspetti - dice l'assessore - innanzitutto sull'autorizzazione alla Carbosulcis la Provincia ha scelto una via restrittiva, autorizzando solo uno degli anelli richiesti dalla società e sollecitando l'azienda mineraria a concentrarsi sull'attività estrattiva. Sull'ubicazione delle centraline di monitoraggio non possiamo intervenire perché sono di competenza dell'Arpas».
Antonella Pani