Eleonora Di Marino My Generation, Museo Canonica, Roma 2010

My Generation, a cura di Manuela Pacella con la collaborazione di Francesca Campli, si inserisce nel programma della rassegna annuale Dentro Roma, ideata da Andrea Fogli, come un progetto espositivo che interroga le pratiche artistiche emergenti nel loro rapporto con i dispositivi istituzionali dell’arte e con le condizioni materiali del presente. In questo contesto, l’intervento performativo di Eleonora Di Marino si configura come un’azione critica situata sulla soglia stessa dell’istituzione museale, assumendo tale spazio liminale come campo privilegiato di problematizzazione.
All’esterno del Museo Pietro Canonica, nel contesto altamente simbolico e normato di Villa Borghese, l’artista attiva una performance insieme a due lavoratori in cassa integrazione ex Rockwool di Iglesias, Gianni Medda e Matteo Lobina. I due uomini accolgono i visitatori con un applauso reiterato, un gesto che, nella sua apparente semplicità, mobilita un complesso regime di ambiguità semantica: segno convenzionalmente associato al consenso, alla celebrazione e alla legittimazione, l’applauso viene qui dislocato dal suo contesto abituale e trasformato in un atto performativo carico di tensione critica.
La soglia del museo — intesa non solo come limite architettonico, ma come dispositivo simbolico che separa e al tempo stesso mette in relazione spazi, ruoli e forme di visibilità — diventa così il luogo di un cortocircuito percettivo e politico. L’ingresso all’istituzione, normalmente regolato da codici di comportamento e aspettative rituali, viene risignificato come scena di un incontro perturbante tra il pubblico dell’arte e i corpi di chi incarna una condizione di esclusione economica e sociale.
In questo senso, la performance opera come un gesto di dislocazione dei regimi di fruizione e di legittimazione: ciò che dovrebbe accogliere e celebrare si carica di una dimensione ironica e straniante, costringendo lo spettatore a interrogare il proprio posizionamento, il proprio ruolo e la propria complicità all’interno di un sistema di privilegi e di separazioni. L’azione non rappresenta semplicemente una crisi, ma la performa, rendendola esperibile nello spazio e nel tempo dell’accesso al museo.
L’opera si iscrive così in una pratica di critica istituzionale che non si limita a operare all’interno delle sale espositive, ma agisce sulla cornice stessa della fruizione, trasformando la soglia in un dispositivo di produzione di senso. In questo slittamento, il pubblico non è più un soggetto neutro o trasparente, ma diventa parte integrante del campo performativo, chiamato a misurarsi con la frizione tra spazio istituzionale e spazio sociale, tra estetica e politica, tra visibilità culturale e invisibilità del lavoro.


