La foce dei veleni rossi - Rio Irvi Piscinas (Arbus)
La foce dei veleni rossi. Piscinas (Arbus), 28 maggio 2012
Lunedì 28 maggio 2012, alla foce del Rio Piscinas, sulla Costa Verde, una scena solo in apparenza ordinaria rivela tutta la gravità di una rimozione collettiva: alcuni turisti tedeschi fanno il bagno proprio nel punto in cui il fiume, colorato dalle acque contaminate del Rio Irvi, si riversa in mare; i bambini giocano nell’acqua tiepida, forse scambiando quel colore rosso innaturale — prodotto da cadmio e altri metalli pesanti — per fanghi terapeutici. Nessun cartello segnalava il pericolo.
La contraddizione è evidente e brutale: l’ipocrisia di vendere un territorio come “bello e incontaminato”, per non compromettere l’immagine turistica e le entrate economiche, vale davvero il rischio di avvelenare chi lo attraversa, anche i più piccoli? Qui la rimozione non è solo culturale, ma istituzionale e politica: il pericolo esiste, è noto, è documentato, eppure resta invisibile nello spazio pubblico.
La storia del Rio Irvi, soprannominato dalla popolazione “Rio Rosso”, è emblematica. Nel 1991, con la chiusura dell’ultimo cantiere minerario e il conseguente distacco del sistema di pompe di eduzione, l’acqua proveniente dalla falda profonda della miniera ha trovato uno sbocco libero verso l’esterno, risalendo per circa 160 metri di gallerie fino a fuoriuscire al livello del piano strada. Il colore rosso innaturale è dovuto all’altissima concentrazione di cadmio, zinco, piombo e altri metalli pesanti. Confluendo nel Rio Piscinas, queste acque raggiungono il mare, minacciando non solo la balneazione, ma anche le coltivazioni ittiche e l’intero ecosistema costiero.
Nonostante siano stati spesi quasi due milioni di euro per interventi di depurazione, la situazione resta drammatica. Dal pozzo Fais fuoriescono circa 50 litri d’acqua al secondo, ma l’impianto riesce a depurarne appena 15. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dal pozzo fino al mare della Costa Verde scorre un corso d’acqua torbida su un letto di fango rosso acceso, che continua a disperdere contaminanti nel suolo e in mare. L’impianto, definito “milionario”, si è rivelato sottodimensionato e inadeguato, aggravando in alcuni casi il danno ambientale con la dispersione dei residui.
La vicenda amministrativa è lunga e costellata di rimpalli di responsabilità. Già nel 1998 il Comune intimava alla Società Italiana Miniere la messa in sicurezza e la bonifica dell’area; seguivano ricorsi, passaggi di competenze, nuovi finanziamenti, subentri di enti diversi (tra cui IGEA), senza che si arrivasse a una soluzione definitiva. Come ha più volte sottolineato anche il sindaco di Arbus, Franco Atzori, le promesse sono state molte, i fatti concreti pochissimi, mentre la questione della salute pubblica resta drammaticamente aperta.
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| la linea rossa dal Rio Irvi a Piscinas |
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In questo contesto si collocano le azioni artistiche di denuncia promosse dal collettivo Giuseppefraugallery e da artisti coinvolti nel loro percorso di ricerca tra arte pubblica, territorio e conflitto ambientale.
Nel 2011, Eleonora Di Marino realizza Opera Io (2° capitolo) / Bonifiche / Rio Irvi, un’azione che utilizza una serie di bandiere europee dipinte a mano, all’interno delle quali sono tracciati i confini del Sulcis-Iglesiente-Guspinese. Lo stendardo diventa uno strumento performativo di attraversamento dei luoghi della dismissione e dell’inquinamento: discariche minerarie, siti contaminati, paesaggi feriti. A ogni tappa, l’opera incontra testimoni diretti — come Bruno Concas, medico minerario in pensione — e figure professionali coinvolte nei processi di bonifica. La bandiera si trasforma così in simbolo mobile di un desiderio di riconversione, presente tanto nei 113 siti minerari dismessi quanto nelle manifestazioni per l’ambiente e lo sviluppo, portando la vertenza locale dentro un orizzonte politico e culturale più ampio.
Nel febbraio 2012, l’artista Giallo Concialdi immerge una grande tela, di circa dieci metri per due, nelle acque del Rio Irvi, lasciando che sia il fiume stesso — carico di cadmio, piombo e mercurio — a “dipingersi”. L’azione rifiuta qualsiasi estetizzazione consolatoria del paesaggio e dell’arte, affidando al fiume il compito di rappresentarsi in un realismo crudele e monumentale. Non è l’artista a raffigurare la ferita: è la ferita stessa a imprimersi sull’opera, rendendo visibile ciò che normalmente resta confinato nei report tecnici o nelle statistiche amministrative.
Queste pratiche si collocano in un territorio in cui l’inquinamento è insieme materiale e simbolico: non solo avvelena suoli, acque e corpi, ma corrode anche il modo in cui il paesaggio viene raccontato, venduto e consumato. La scena dei bambini che giocano nella foce dei veleni rossi, senza alcuna segnalazione di pericolo, diventa così l’immagine più violenta di una rimozione collettiva: un cortocircuito tra promozione turistica, irresponsabilità istituzionale e silenzio pubblico.
Le azioni artistiche non pretendono di sostituirsi alle bonifiche, né di risolvere tecnicamente il problema. Operano piuttosto come dispositivi di visibilizzazione, come strumenti per riportare nello spazio pubblico ciò che viene sistematicamente nascosto o normalizzato. In questo senso, il Rio Irvi e la sua foce non sono solo un caso ambientale, ma un luogo-sintomo: mostrano come la crisi ecologica del Sulcis-Iglesiente sia inseparabile da una crisi politica, culturale e narrativa, in cui la bellezza del paesaggio viene usata per coprire, letteralmente, la persistenza del veleno.
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| Eleonora Di Marino 2011 |
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| Giallo Concialdi 2012 |
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| Giallo Concialdi . Giuseppefraugallery, Villaggio Normann 2012 |














